L’ORANGO, FIORELLA MANNOIA E IL CALESSE

Mannoia Kyenge
Fiorella Mannoia e Cécile Kyenge. © degli autori

L’ORANGO E IL CALESSE.

“La Kyenge sembra un orango”.
Pensavamo fosse razzismo, invece era un calesse.
Il Senato italiano quattro giorni fa (Settembre 2015) si è pronunciato, tra astensioni e consensi, trasversalmente.
Sostanzialmente è stato deciso che le parole di Roberto Calderoli non furono altro che una marachella.
Seguendo questo link troverete l’articolo con i nomi di chi ha salvato Calderoli dall’accusa di razzismo:
http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/09/17/news/ecco-chi-ha-salvato-roberto-calderoli-dall-accusa-di-razzismo-1.230164

Roberto Calderoli. © degli autori.
Roberto Calderoli. © degli autori.

A salvare Calderoli non sono state solo Lega e Forza Italia, come era prevedibile.
Altri nomi lo hanno appoggiato, nomi alquanto inaspettati di un Senato miope.
Il loro voto parla chiaro.
Per piacere, continuate a leggere, questo mio articolo NON è un post sui partiti.
Non fermatevi quindi nella lettura, non è una questione di fazioni, ma di cultura e di razzismo.
Ha difeso Calderoli una buona parte del PD. Due terzi, per la precisione.
Tra i salvatori di Calderoli sono compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel.
Sì, incredibilmente proprio il PD. Proprio lo stesso partito a cui appartiene la Kyenge.
Anche metà dei Vendoliani di SEL lo hanno salvato.
E qualche 5 Stelle ( a dire il vero quelli che erano stati espulsi) lo ha graziato.
Ecco, ho già finito di parlare di partiti. Ma non del mio sdegno.

IL VERO MOTIVO: LA CULTURA CHE NON C’È.

La decisione del Senato è intollerabile e ingiusta, mi fa indignare.
Stavolta non è stata presa perché sia una Casta, o per accordi di Palazzo.
Non è per ruberia, o per vantaggio personale.
Questa decisione mostra il vero volto dei politici: è perché manca l’etica.
Non ci si rende più conto di cosa sia grave e cosa non lo sia.
Quest’Italia ha perso i propri valori: non si legge più, non si pensa più, non ci si accorge più.
La Storia non insegna, il passato non ha un peso.
Non c’è più una logica.
Adesso, per favore, non ne fate una questione di bandiera.
Non vi offendete se il vostro partito preferito ne risulta macchiato, come fosse una squadra del cuore da difendere a oltranza.
Qualunque sia la vostra fazione preferita, che sia il PD, o SEL, o i 5 Stelle, andate oltre, ve ne prego.
Leggete l’articolo linkato sopra e scoprite le persone, ovvero chi vi rappresenta in Senato.
Forse questa mancanza d’indignazione non vi rappresenta.
A meno che non pensiate sia un calesse.
Ora, seguitemi in un ragionamento.

Cécile Kyenge. © degli autori
Cécile Kyenge. © degli autori

PERCHÉ NON SI PUÒ ACCETTARE QUELL’INSULTO.

Tutto quello che leggerete di seguito prescinde da cosa pensiate della dr.ssa Kyenge personalmente.
Che la reputiate un buon medico oculista o pessima, o un buon ministro o meno, che siate d’accordo con le sue idee e col suo operato politico, oppure no, poco c’entra: la questione riguarda il rispetto per le persone, per “l’altro”, che sia avversario o meno. Come si interagisce con lui, come lo si rispetti o non lo si rispetti.
“Orango”.
Non si può sentire.
Se un professore dicesse  a vostro figlio “cane” o “bestia”, credo che alzereste un casino.
Se un capufficio dicesse a vostra moglie “animale”, “cagna”, se un vigile urbano per strada vi dicesse “maiale”, cosa pensereste delle istituzioni?
Dare della scimmia a una persona nera è peggio. L’aggravante razzista è tangibile.
Non riconoscerlo significa in concreto avallare, giustificare, minimizzare, lo trovo superficiale e poco istituzionale. Il Senato dovrebbe vergognarsi.
Alcuni si appellano al diritto di critica, pretestuosamente. Non è così.
Una critica è dire “non lavori bene”, oppure “non mi piace quello che pensi”.
Dare dell’orango a una persona non è una critica, è un insulto.
Suggerire un accostamento tra le persone nere e le scimmie è un argomentazione razzista.
Alla faccia di qualsiasi pretesto o di qualunque strumentalizzazione del malcontento popolare.
Anzi. Spesso il malcontento popolare è amplificato, quasi suggerito, di certo legittimato da certi episodi.
Certi atteggiamenti culturali ne sono la conseguenza ma anche, a loro volta, una sorta di ripetitore che amplifica il messaggio.
Lo dimostra, ad esempio questa foto:

Il post di Fabio Rainieri, deputato leghista.
Il post di Fabio Rainieri, deputato leghista.

Questo qui sopra era il post di un deputato della Repubblica, Fabio Rainieri, Segretario della Lega in Emilia Romagna.
Per questo post è stato condannato a un anno e quattro mesi e a pagare un risarcimento.
La fonte della notizia è qui:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/12/lega-nord-condannato-rainieri-pubblico-fotomontaggio-kyenge-come-orango/1334633/

Il post di Agostino Pedrali, assessore leghista.
Il post di Agostino Pedrali, assessore leghista.

Questo invece era il post di Agostino Pedrali, assessore della Lega.
Per questo post ha patteggiato la pena ed è stato condannato a due mesi.
La fonte della notizia è qui:
http://www.lastampa.it/2013/07/18/italia/politica/nuovi-insulti-contro-la-kyenge-un-assessore-leghista-su-facebook-guardate-sembra-una-scimmia-CbRJHfIHERxeqZwZsatXAP/pagina.html
Oggi non è stato lo stesso per Calderoli, il loro ispiratore.
Tanto per dire, un anno fa per lo stesso reato in Francia è stata condannata Anne-Sophie Leclère (la consigliera di Marine Le Pen) a nove mesi e cinque anni di ineleggibilità:
http://www.ilpost.it/2014/07/16/paragone-ministra-scimmia-taubira-francia/

Anne Sophie Leclère condannata

Il fatto che due terzi del Senato italiano non abbia riconosciuto la gravità dell’insulto di Calderoli (di QUEL tipo d’insulto), non gli fa mica avere ragione; certifica solo che in Italia c’è ancora chi non riconosce la gravità di certi errori contro le persone e contro i diritti d’uguaglianza e opportunità.
O che nel nostro passato c’è ancora l’ombra di certi nonni fascisti, quelli cresciuti in uno Stato che decretava le Leggi Razziali, abituato a non notare che certi concetti siano gravissimi.
Questa potrebbe essere un’occasione per confrontare certi convincimenti personali con l’evolversi del mondo e dei Diritti Umani.
Differentemente dalla magistratura, in questi giorni il Senato per circa due terzi ha deciso che certi atteggiamenti culturali non fossero razzisti, che le parole di Roberto Calderoli non meritassero l’aggravante della discriminazione razziale prevista dalla legge Mancino.
Nelle parole di Calderoli l’aggravante del razzismo c’era eccome.
Come in quelle di Anne-Sophie Leclère del Front National.
Solo che noi non siamo la Francia. Noi avevamo in casa i fascisti e con Hitler c’eravamo alleati. Loro no.
Non mi stupisce che da loro i politici razzisti siano da condannare e qui invece si minimizzi.
Però io da cittadino mi vergogno di queste istituzioni, di questa decisione che suggerisce quasi un’implicito benestare.
Quasi a dire “eh, vabbè, era una frase innocente, si può fare, dai.”
No. Non è una marachella. Il razzismo è una cultura che istiga, suggerisce e separa.
Stimola l’odio, a priori.
È una cultura che direttamente o indirettamente produce questo:

La strage di Firenze del 13 Dicembre 2011. La lapide in piazza Dalmazia.
La strage di Firenze del 13 Dicembre 2011. La lapide in piazza Dalmazia.

LA STRAGE DI FIRENZE DEL 2011.

Un italiano assassino di estrema destra ha ammazzato Mor Diop e il suo amico Modou Samb perché senegalesi.
“Tornatevene a casa vostra, brutti negri”.
Bang, bang.
Prima ne aveva feriti due (uno è rimasto tetraplegico, per sempre, non muove nulla dal collo in giù e per respirare ha bisogno di un respiratore).
Poi è fuggito. Ha raggiunto Mor Diop e il suo amico Modou Samb. Gli ha scaricato addosso il caricatore, uccidendoli. “Brutte scimmie”.
Braccato dalla polizia si è suicidato.
Firenze ha dedicato una targa alle vittime, così le Istituzioni sono a posto.
Quattro anni dopo le stesse Istituzioni hanno deciso che Roberto Calderoli nel dire “orango” alla Kyenge non meritasse l’aggravante dell’insulto razzista, la maggior parte dei senatori non ricorda, non riconosce, non prende le distanze.
Io Mor Diop e il suo amico Modou Samb non li ho dimenticati.
Sul mio romanzo che parla anche di razzismo uno dei personaggi porta i loro cognomi.
Nell’anniversario della loro morte, il 13 Dicembre, tornerò a parlare di loro. Del loro assassino, volutamente, non scrivo nemmeno il nome. Non è importante. Il loro carnefice è stato il razzismo.

La lapide che commemora i due senegalesi uccisi da un italiano razzista.
La lapide che commemora i due senegalesi uccisi da un italiano razzista.

DUE ANNI FA.

Un paio d’anni fa ho scritto una lettera aperta alla Dr.ssa Kyenge e a Fiorella Mannoia.
Non avevo ancora questo blog, e l’ho pubblicata sul mio Diario Facebook.

Cécile Kyenge. © degli autori
Cécile Kyenge. © degli autori

Nella lettera raccontavo cosa fosse secondo me il razzismo e perché esista.
Fiorella che è sempre in prima linea contro i pregiudizi la ripubblicò sulla sua Pagina Facebook e si associò ai concetti che esprimevo.

Fiorella Mannoia. © degli autori.
Fiorella Mannoia. © degli autori.

Adesso, dopo 2 anni, con l’occasione del voto in Senato sento il bisogno di ripubblicare quella lettera e i commenti successivi.
Non sarò leggero, ma non lo è nemmeno l’argomento.
Non sarò breve, ma non lo è stato nemmeno il percorso della Storia.
Qualora voleste leggere oltre, mettetevi comodi.

Fiorella Mannoia e Cécile Kyenge. © degli autori
Fiorella Mannoia e Cécile Kyenge. © degli autori

LA LETTERA.

Questo è il testo della mia lettera aperta a Cécile Kyenge e Fiorella Mannoia:

Fiorella, Ministro Kyenge, mi spiace davvero.
Che la vostra strada sia in salita, mi spiace.
Che l’odio e le rivalse personali rendano ottusi, mi dispiace.
Che tra i commenti xenofobi ci sia la firma di tante donne, mi dispiace.
Io sono razzista, Fiorella, e signora Kyenge.
Mi piace contenere la cosa, porto rispetto, ma in fondo al cuore lo sono. Come tutti. Come anche voi, o i vostri amici e parenti.
Temo ciò che non conosco, vivo nel convincimento che gli occidentali siano nel giusto e che il cosiddetto “terzo mondo” sia “indietro”.
Se incontro uno zingaro tengo la mano sul portafoglio, e mi stupisco se un nero non sa ballare. Sono così, sono umano e stupido.
Sono figlio del mio tempo, sono cresciuto in un contesto in cui le battute sul diverso si sprecavano, dal negro superdotato all’ebreo tirchio, dal frocio che ci prova sempre all’islamico con la dinamite nella cintura.
Questo orrore ottuso è purtroppo presente nel mio background, come in quello di tutti noi. Con la differenza che io ho avuto la fortuna di non essere vittima di vessazioni.
Mi spiego meglio: non ho mai avuto motivo di manifestare odio o rancori, perché per fortuna non ho mai avuto la sensazione di essere vittima. E di conseguenza non ho mai avuto motivo di vestirmi da carnefice, pur di non sentirmi più una vittima.
Fiorella, dottoressa Kyenge, il problema vero non è il razzismo, è l’intolleranza. Sembrano sinonimi, ma non lo sono.
L’incapacità di tollerare che qualcuno possa essere considerato pari (o addirittura superiore) a noi è incontenibile nell’animo di chi è stato (o si è creduto) vittima. E costoro farebbero di tutto (brutti stronzoni) per non sentirsi più in quei panni.
Ed ecco il bullismo a scuola, il nonnismo tra i militari, il femminicidio, il linciaggio degli omosessuali, le guerre di religione.
Perfino il pedofilo spesso è un ex bambino abusato che sceglie quella strada pur di non sentirsi più vittima. E veste i panni del carnefice, e come il bullo ed il razzista lo fa per certificare che sta dall’altra parte, dalla parte che mena, non da quella di chi subisce.
Non è il razzismo il problema. È l’intolleranza. Apparentemente nei confronti dell’altro, in realtà è l’incapacità di tollerare noi stessi ed i nostri limiti.
Infatti l’odio feroce si scatena quando lo straniero “fa i soldi”. Se lava i vetri al semaforo va bene, è tollerato, gli diamo anche 50 centesimi, ma se studia, trova lavoro e viaggia su una macchina di lusso più bella della nostra, allora “Ha imparato presto, il negro! Tornasse al suo paese!”
Ma se fosse bianco diremmo “fino a due anni fa mi chiedeva i soldi in prestito!” oppure “sua madre faceva la sartina e mia madre gli comprava i vestiti per aiutarla”.
Tutto, pur di dimostrare che in qualche modo “quella macchina la meritavo io”, “quella posizione di prestigio spettava a me!”
“A morte chi ci rimarca il nostro ruolo di inferiorità!”
Anche se tutti bianchi. Ed anche se tutti neri (si vedano Hutu e Tutsi in Ruanda).
Ecco il razzismo etnico anche tra gli Ebrei ed i Palestinesi. Tra Nord e Sud. Tra squadre di diverse città. Tra “voi del terzo piano” e “noi del secondo”.
Tra me che sono stonato e Tizia che recita o canta bene: “Chissà chi l’ha aiutata, a quella! Chissà a chi l’ha data!”
E scatta l’insulto sessuofobo, pure.
Per incapacità di tollerare l’idea che forse mi hanno segato ad un provino perché non so cantare o recito come un cane.
La strada è in salita, per donne, neri, omosessuali, e 100 altre categorie.
Signora Ministro, Fiorella, fate buon lavoro.
Non sarà facile.
Ma se fosse facile, lo farebbero tutti.
Un abbraccio.

Andrea Cascioli

LA MIA RISPOSTA RISPETTO AI COMMENTI A QUELLA LETTERA.

Fiorella sulla sua Pagina Facebook è molto seguita. Quando ha pubblicato la mia lettera i commenti sono stati parecchi e variegati. Dopo averli letti tutti (varie centinaia) ho pensato bene di scrivere una risposta cumulativa in aggiunta a quello che avevo scritto. Eccone il testo:

Buongiorno a tutti. Sono Andrea Cascioli, l’autore della lettera.
Ho letto che alcuni di voi commentano “io non sono razzista” oppure “io lo sono” o anche “il problema sono gli immigrati, il Ministro, i Governi, le tasse…”.
È mia intenzione chiarire meglio quello che il mio scritto vuole intendere: a mio avviso il razzismo non è il problema principale. Non quella parola, almeno.
Non voglio sminuirne l’importanza (che è grande) ma vorrei dargli il suo vero nome. Come dicevo nella mia lettera “Non è il razzismo il problema. È l’intolleranza. Apparentemente nei confronti dell’altro, in realtà è l’incapacità di tollerare noi stessi ed i nostri limiti.”
Pensateci. È questo il punto.
Insomma, “l’altro” è una scusa, il problema siamo noi stessi.
È nei confronti di noi stessi che abbiamo un disagio: “l’altro” ci rimanda solo alle cose che abbiamo dovuto (o creduto di) subire.
Bianco o nero o giallo non conta. Etero o gay, ateo, o ebreo, cattolico o musulmano, non conta.
Un esempio semplice: se non sei contento del tuo lavoro o sei disoccupato dirai che “Non è giusto dare lavoro agli africani! Veniamo prima noi!”
Il problema vero non è che gli africani sono neri, potrebbero essere anche gialli o rossi, o rosa come te, quella è soltanto una scusa: il problema è che non sei contento della TUA situazione lavorativa, e se “l’altro” risolve la propria, ti rimarca che tu sei invece insoddisfatto della tua, per incapacità o forse per un torto subìto.
Se “l’altro” invece che nero fosse biondo, diresti circa la stessa frase: “Siano maledetti questi romeni/albanesi/polacchi biondi! Non è giusto dare lavoro a loro! Veniamo prima noi!”
Se oltre che biondi fossero anche italiani diresti: “Maledetti questi italiani di un’altra città, magari del sud, magari del nord! Non è giusto dare lavoro a loro! Veniamo prima noi!”
Ma il problema rimane che non tolleri di essere TU in una scomoda situazione lavorativa che non ti soddisfa. “È colpa del governo! Aiuta LORO (neri o gialli o romeni biondi o altri) e non aiuta me!”
Visto? Il fulcro, prescindendo dal colore/religione/scelta sessuale è la frase “E NON AIUTA ME!”
Se hai subìto (o credi di aver subìto) un torto, non riesci a tollerarne il pensiero. L’intolleranza ce l’hai verso di te. L’altro è una scusa.
Se l’altro è colorato è una scusa che appare più riconoscibile. Se non è colorato troverai che è di una differente categoria. E lo attaccherai, in nome di quella differenza pretestuosa, inventata o meno che sia: “Maledetti gay!” “Maledetti tifosi dell’altra squadra!” “Maledetti credenti di un’altra religione”.
Il colore non c’entra nulla, è solo una comoda variabile. Il razzismo è solo una scusa. Non è quello il problema.
È l’intolleranza. Non nei confronti dell’altro, ma di quello che lui rimarca di te.
Insomma, che ti piaccia o no la mia opinione è che tu non tolleri te stesso ed i tuoi fallimenti.
Hai cominciato da piccolo, a scuola, a vessare quello che studiava tanto perché TU eri un somaro e non volevi essere preso in giro per questo. Ti sei inventato il ruolo di carnefice per non rischiare di essere vittima TU. Per non essere deriso TU.
Non è un caso che il bullo sia sempre uno che va male a scuola. Pensaci.
Hai mai visto il primo della classe che fa il bullo? Mai.
E ancora prendevi in giro chi portava gli occhiali, chi aveva un difetto, perché era facile che gli altri ne ridessero insieme a te e non si accorgessero dei TUOI difetti.
E anche ora, fuori della scuola, nella vita degli adulti, ogni volta che temi di essere messo in discussione, trovati un capro espiatorio, credibile agli occhi degli altri: magari un africano ebreo omosessuale clandestino grasso con gli occhiali.
Possibilmente di una squadra che odi.
Ti sentirai migliore.
Ma prima di farne una vittima, per sentirti meno vittima tu, ti consiglio di iniziare il tuo discorso con un preambolo che funziona sempre: “Allora (virgola), premesso che non sono razzista…”
Ma quando lo sentirai dire di te, (prima o poi capiterà, tanto non c’è colore di pelle o scelta politica che si salvi dall’intolleranza altrui) ti consiglio di cominciare a correre già a queste prime allarmanti parole iniziali.
Corri veloce, però. Che se ti acchiappano “ti fanno nero”.

Andrea Cascioli.

Tornerò a parlare di razzismo, di omofobia, di bullismo su questo blog.
Ho ancora qualcosa da dire.
Aggiornamento Luglio 2016: è successo anche questo:

Emanuel e Chinyery. Cliccando sulla loro foto si accede al mio articolo.
Emanuel e Chinyery. Cliccando sulla loro foto si accede al mio articolo.

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© 2015 ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO.

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