“JE SUIS MUSULMAN”

Tre religioni

“JE SUIS MUSULMAN”

Alla vigilia di un conflitto mondiale che sembra sempre più probabile, sull’onda di un’emozione ferita e violentata, sui social media c’è un proliferare di bandiere del Belgio, così come fu per quella francese dopo gli attentati di Parigi, così come un anno fa in molti scrissero “Je suis Charlie Hebdo” quando uccisero i giornalisti di quel periodico.

Per difendere quei vignettisti in quell’occasione morì anche un poliziotto francese, Ahmed Merabet, musulmano, freddato davanti alle impietose telecamere da uno dei terroristi.
Ma nessuno scrisse “Je suis musulman”.

Ahmed Merabet

Il dirigente di polizia Cristophe Crepin, amico di Ahmed afferma che “era un poliziotto coscienzioso, discreto, entusiasta del suo lavoro. Era un musulmano praticante, che frequentava la moschea. Per noi della polizia è un orgoglio mostrare che abbiamo agenti di ogni religione”.
“Ahmed lavorava da otto anni nel commissariato. È arrivato in bicicletta quando la centrale ha chiesto rinforzi. Di solito non svolgeva compiti di ordine pubblico, era un poliziotto di quartiere. Era molto amato. Aveva anche passato il concorso per entrare nella polizia giudiziaria e a marzo si sarebbe trasferito. Parlava perfettamente l’arabo e spesso faceva da interprete, era arrabbiato per quello che si diceva sulla polizia ma anche sull’Islam”.

Ahmed Merabet è morto nell’adempimento del suo dovere, per difendere quei vignettisti, di lui rimane una foto sorridente e il ricordo di chi lo ha conosciuto, di chi al bar si sedeva con lui, in amicizia.
Guardatelo bene, questo volto sorridente. Una persona per bene, musulmana, completamente dimenticata.

Ahmed Merabet, © degli Autori.
Ahmed Merabet, © degli Autori.

Nei mesi successivi ci sono stati attentati in Egitto, ma nessuno ha messo sul proprio profilo Facebook la bandiera egiziana. Ne’ quella del Kenya dopo gli attentati che hanno colpito quel Paese, ne’ quella del Sudan, dopo quello che è successo anche lì.

Perché l’opinione pubblica italiana è influenzata da un giornalismo asservito alla demonizzazione del medioriente piuttosto che alla conoscenza, questo è il regno della televisione berlusconiana di Salvini, della Santanchè, di Sallusti, di Belpietro, di Giordano, di Del Debbio.
Così l’opinione diffusa assomiglia a una tifoseria, basata sul “noi” e sul “loro”:

“…io sono una persona pacifica, tollerante e rispettosa ma mi riesce difficile giustificare chi nel nome della religione compie atti come quelli di Parigi e Bruxelles.
Come (NOI) li convinciamo (LORO)?!?  ”

Ecco, ne sento migliaia di queste frasi. Senza violenza verbale, senza troppa intolleranza.
Almeno credendosi privi d’intolleranza.
Già che citano solo Parigi e Bruxelles non si rendono conto che da almeno 25 anni gli attentati sono continui, migliaia, quasi quotidiani, per la maggior parte in medioriente.
“Che qui da noi non riscuote nessuna fortuna”, come diceva già nel 1983 Ivano Fossati.

“NOI” e “LORO”.
Come altro la si può pensare quando ogni giorno la televisione non fa altro che accostare la parola “islamico” alla parola “terrorista” o “fanatico”, o “integralismo”?

“La convivenza è un’utopia”… “mi riesce difficile giustificare chi nel nome della religione compie quegli atti.”

Si sta parlando di persone normali, non di giustificare un commando di delinquenti.
Sarebbe come confondere 56 milioni di italiani con 50 brigatisti.
Vedete, i musulmani nel mondo sono circa un miliardo e mezzo.
Se siamo convinti che siano terroristi, siamo in errore, se fosse così non saremmo qui a parlare.
Abbiamo le idee un poco confuse, io temo.
Quello musulmano è un popolo vessato, schiacciato da quei terroristi di cui parliamo che li stanno invadendo, conquistando, intimorendo. Gli sparano, li giustiziano, li torturano.
Molti fuggono da quella guerra.
Quei terroristi stanno rubando le loro terre, le loro case, il loro petrolio, il loro futuro in nome di Allah, proprio come i nazisti facevano quel che facevano in nome di Dio (sulle loro cinture era scritto “Gott mit uns”, ovvero “Dio è con noi”).
Quindi ogni cattolico era nazista? Certo che no.
Ma dietro a certi convincimenti io vedo il preconcetto, lo temo fortemente e non lo gradisco.
Perché il preconcetto rende miopi e un poco sordi. E violenti, dopo un po’, convinti di essere dalla parte giusta, che sembra essere la risposta tranquillizzante che in fondo cerchiamo, la certificazione che “Dio è con noi”, mica con “loro”.
Eh, il preconcetto…
Per via del preconcetto c’è stata gente che ha creduto che i tedeschi fossero tutti nazisti, o che gli italiani siano tutti mafiosi, o gli ebrei tutti non so cosa.
Che i portoghesi siano tutti “scrocconi”, che i napoletani siano tutti camorristi, i sardi tutti sequestratori, i peruviani tutti borseggiatori.
Questo evidentemente è molto più facile che sedersi al bar insieme e sforzarsi di trovare dei punti in comune, lo posso capire.
Ma non è la strada per il mondo che in buona fede a parole auspichiamo.
Questa strada del preconcetto, del “noi” e del “loro” è sdrucciolevole.
Necessariamente porta a non conoscersi, a diffidare, a diffondere sfiducia, a non coalizzarsi contro i terroristi. A separarsi, prendendo le distanze.
Serve a gente come Salvini che parla solo di quell’argomento per nascondere la propria incapacità di risolvere ben altri problemi, serve a ottenere quattromila voti in più dagli scontenti capaci solo a lamentare piuttosto che costruire.
Io ci sono stato in un bar con un’amica musulmana e un mio amico ebreo.
Ci volevamo bene tutti e tre, nessuno metteva bombe o avvelenava l’altro. Ci abbracciavamo, io, Amsetou e Attilio.
Eravamo normali, non un’eccezione.
Eravamo persone, non aggettivi associati ai nostri Credo.
Oggi, mentre tutti mettono la loro bella bandiera belga o francese, mentre ancora tutti dicono “Je suis Charlie”,  io vorrei mettere sul mio profilo anche quelle del Kenya, dell’Egitto, del Sudan, dell’Iran, dell’Iraq, del Cameroon, della Nigeria, della Siria, della Libia, dell’Afghanistan, di tutte quelle vittime di quei terroristi.
E vorrei scrivere anche “Je suis musulman”.
Che è una parola innocua, non significa terrorista, così come prete non significa pedofilo e cattolico non significa inquisizione.
Se non usciamo dall’ottica del derby non vedremo mai le persone, ma soltanto la loro maglia, o divisa, o bandiera.
E non sapremo far altro che metterle su Facebook, le bandiere, certificando un’appartenenza anziché costruire qualcosa.
Fosse pure un ospedale da campo.
Ce ne sarà un gran bisogno se non iniziamo a mettere in discussione le nostre idee e l’informazione distorta che le influenza.

Andrea Cascioli.

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ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO
© Andrea Cascioli 2015-2016

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