IL VALORE DEL RICATTO E IL VENDITORE DI OMBRELLI.

Scritto da Andrea Cascioli
il 17 Febbraio 2019.

Per lavorare bene, preferibilmente, dovreste essere un ricattatore.
Il ricattatore vende facilmente il proprio prodotto, il proprio servizio, la propria opera.
Non necessariamente il ricattatore è un criminale, anzi, a volte offre un servizio utile alla società.
Allo stesso tempo, non necessariamente quel servizio funziona bene, spesso compriamo roba o servizi che nemmeno funzionano o risolvono quello che promettono di risolvere.
Perché il cambiamento più sostanziale nella società degli ultimi anni consiste nell’aver dimenticato della Funzione in ragione del Ricatto.
Non vorrei essere frainteso, non sto parlando dell’Anonima Sequestri, sto parlando di chi per lavoro offre servizi indispensabili: questa in cui viviamo è una società che non tiene conto dell’utilità, ma dell’urgenza.
A dire il vero non è nemmeno la società, sono proprio gli individui che tengono conto solo del vantaggio urgente e non del vantaggio a lungo termine.
Ad esempio, se avete in casa un tubo rotto e l’acqua invade il vostro pavimento al ritmo di mezzo litro al minuto, l’intervento di un idraulico per voi non ha prezzo; quel tipo di prestazione ha maggiore urgenza di quando decidete di cambiare il soffione della doccia, è più importante, e in quel momento voi siete sotto un implicito ricatto: senza idraulico sareste spacciati.
La stessa cosa accade quando avete l’urgente bisogno di arrivare in tempo alla stazione per non perdere un treno: in quel caso siete disposti a pagare un taxi e sborsare un prezzo assai più alto di un normale bus che vi farebbe perdere tempo; in quel momento il taxi diviene prioritario.
Non è solo l’urgenza a determinare la disponibilità dell’acquirente, ci sono altri fattori determinanti: per esempio, nel caso di un fornaio, la produzione del pane esiste in ragione del fatto che gli altri hanno fame.
In un certo senso si potrebbe dire che il fornaio specula sulla fame altrui, in altri modi invece la questione la potremmo archiviare dicendo che offre un servizio.
Tra poco parlerò di Arte e Cultura, però ora seguitemi ancora per un attimo circa il ricatto.
L’esempio più emblematico è quello del venditore di ombrelli; senza essere determinante quanto un’impresa di pompe funebri nel lutto o un dentista nel momento di un ascesso, il venditore di ombrelli vede comunque le quotazioni del proprio prodotto oscillare in maniera determinante a seconda di quanto il cielo si stia annuvolando.
In un periodo di sole pieno non vende nemmeno un ombrello, e se lo fa non può certo chiedere un prezzo esagerato, ma in un periodo invernale di forte pioggia, il venditore di ombrelli può fare il prezzo che vuole.
Indipendentemente dalla qualità o dal funzionamento, la gente se piove compra ombrelli, poi magari nemmeno li apre e quando lo fa scopre che neanche funzionano
Cioè, al venditore di ombrelli non occorre neanche una certezza come un lutto o un ascesso in bocca, per lui la variabile è persino probabilistica: alla prima nuvola, scatta l’allarme che rende l’ombrello imprescindibile.
Sotto urgenza (potremmo dire sotto ricatto), l’acquirente si sente di fatto obbligato ad acquistare un prodotto o un servizio o una prestazione, il caso più eclatante è quello dei carburanti e dell’energia, che obiettivamente sono indispensabili.
In tutto questo discorso l’Arte non viene mai ritenuta un’urgenza e nessun cittadino può essere ricattato in cambio di un po’ di Arte.
Stessa cosa si può dire in generale della cultura: “Dammi il tuo denaro, altrimenti non ti darò cultura“. Immaginatevi il risultato.
Ecco, questo è lo stato delle cose.
Ad essere creativi, con un gioco di parole, mai come in tal caso possiamo dire che questo è lo stato dell’Arte.
Cinema e teatro sono considerati intrattenimento, divertimento, ma non certo indispensabili, così come un museo, o un concerto, o un libro o un corso di approfondimento.
Fatti salvi i corsi di lingue che a volte risultano indispensabili per questioni lavorative o di viaggi all’estero, nessuna scuola per quanto eccellente viene considerata importante o indispensabile quanto un idraulico in caso di un tubo rotto o un chirurgo nell’ipotesi di un’ulcera perforata.
Così il posto auto in un garage nel centro trafficato di una città costa il triplo di una identica soluzione in un paesino dai parcheggi liberissimi, così il farmaco antireumatico che riteniamo indispensabile non ha prezzo, mentre 25 anni prima, quando eravamo sani, lo consideravamo eccessivamente caro.
A questi ricatti “legittimi“ si aggiungono quelli che lo sono meno: il parcheggiatore abusivo, l’amico all’ufficio tecnico del Comune che per una mancetta ci facilita nella pratica edilizia, il curatore fallimentare che in cambio di una regalìa sottobanco opera per facilitarci nell’acquisto di un immobile all’asta, il conoscente“ introdotto“ che può favorirci attraverso appoggi politici per un certo appalto, e così via…
All’interno di queste dinamiche della società, la Cultura e l’Arte non hanno grande spazio. A volte si può trovare la possibilità di fare un business anche su di esse, ma raramente sfruttando un bisogno o sotto ricatto.
Non per questo posso dire che non esistano musicisti miliardari o professori universitari ben pagati (Benigni racconta Dante, Roberto Bolle danza e riempie teatri, Andrea Bocelli viene applaudito in tutto il mondo) ma il concetto di urgenza e la parola indispensabile non si sposano con il loro lavoro e non vengono percepiti dalla massa tanto quanto il bisogno di avere un telefono in tasca o il serbatoio pieno, o la casa calda (e possibilmente asciutta, senza tubi che perdano acqua).
Per questi motivi noi siamo ancora un Popolo poco colto: l’impellenza e l’importanza di cose materiali – che sono a volte legittime e a volte indotte – rubano spazio ad altri bisogni più elevati e li rèlegano in un angolino della nostra coscienza tutta presa ad occuparsi di mal di denti, allagamenti e pompe funebri.
La morale della favola è che un amico dentista è sempre utile, un amico scrittore, o disegnatore, o scultore, non lo è mai.
Fossimo pure qui a parlare di Leonardo e dell’Ultima Cena, nessuno ormai è esente dalla tentazione di pensare “Mio cugino ha fatto l’Accademia, è pure bravino, vuoi che non sappia fare un disegno su una parete?”.
Ecco, di un cardiochirurgo non penseremmo mai la stessa cosa.
Con una certa amarezza concludo dicendo che in realtà quel cardiochirurgo è così indispensabile proprio per via della sua preparazione culturale, che lo Studio, la Ricerca e la Cultura sono la differenza tra lui e il nostro cugino “bravino”, eppure il cardiochirurgo lavora in quanto percepito indispensabile, e se gli viene riconosciuta una preparazione superiore alla norma è per via della parte del suo curriculum che certifica i risultati ottenuti, che ha operato il famoso attore o il Papa o un politico importante; lo Studio, la Ricerca e la Cultura sono percepiti come una questione collaterale e marginale, quasi come se essere delle eccellenze fosse genericamente percepito come un “dono di natura”.
Che poi è quella sciocchezza attribuita solitamente agli Artisti, come se non studiassero, non sudassero e non si applicassero.
Ad attribuirla sono proprio quelli che di studiare e applicarsi nell’Arte (quanto nella medicina) non ci pensano proprio, per loro stessa ammissione: “Ah, io non so disegnare nemmeno un cerchio a mano libera, tu hai un dono…”
Peccato che se non sono analfabeti almeno la lettera “O” la sanno fare, perciò il cerchio a mano libera lo fanno ogni volta che scrivono a penna la lista della spesa o una cifra con qualche zero, e questo dimostra tre cose:

1) Che a volte il cervello non viene realmente usato e si viaggia per inerzia sospinti da luoghi comuni senza senso, molto comodi per autoassolversi.

2) Che anche nel giudizio verso l’operato altrui si preferisce spesso una scorciatoia piuttosto che considerare lo Studio, la Ricerca, la Cultura, altrimenti si dovrebbe mettere in discussione la propria preparazione e il proprio impegno, passato e presente, fosse pure per giudicare gli altri.
Molto meglio attribuire un “dono” che paragonare il proprio percorso e dover ammettere implicitamente di non aver voluto impegnarsi in qualcosa; questo vale per i mestieri artistici come il ballerino, il cantante, lo scultore, il disegnatore, il cantante, il poeta, il regista, lo scrittore, come per il cardiochirurgo.

3) Che la scorciatoia scelta è sempre una, ovvero delegare le responsabilità gli altri, fossero pure il famoso attore, o il Papa o il politico importante, piuttosto che giudicare quanto impegno, studio, corsi di aggiornamento e scrupolo occorrano per diventare un cardiochirurgo eccellente.
I curricula non sono solo un elenco di successi ottenuti, ma anche e soprattutto una lista di impegni intrapresi, studi decennali e ricerche faticose.
Che si chiami Curriculum Vitae significa che lì dentro c’è tutto il percorso di una vita; mica solo quello che si è ottenuto, anche quello che ci si è impegnati ad imparare.
Altro che “dono”. 

Comunque, a furia di negare l’utilità di Arte, Studio, Ricerca e Cultura, siamo diventati un Popolo di ignoranti e banali nozionisti, sotto ricatto o incapaci.
O entrambe le cose.
In principio fu l’idraulico.
Oggi anche quel lavoro è diventato approssimato, nemmeno lui riesce a fermare la perdita e facciamo acqua da tutte le parti.
E nemmeno un ombrello che funzioni.

Andrea Cascioli.


© 2019 ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO.
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2 commenti

  1. Come sempre i tuoi scritti mi affascinano, sei magico nel descrivere ciò che è; mi incanti con le tue considerazioni….non sono brava a esprimere quello che mi fai vedere e sentire…le delusioni, la poca attenzione alla cultura ,a ciò che siamo e a ciò che ci circonda.Grazie per avermi fatto comprendere quanto tempo prezioso perdo nel non fare, nel non leggere, nel rimandare, nell’avere “l’urgenza di…qualunque cosa”. Un affettuoso saluto da una vecchia-ragazza.Adriana Castiglia

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  2. Adriana, tu sei troppo buona. Si, dovremmo farci abbindolare un po’ di meno e chiederci se davvero certe cose siano essenziali o prioritarie per davvero.
    O quantomeno smettere di prediligere solo le cose prioritarie, chiedendoci quando tocca a quelle che prioritarie non sono.

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