LA VITA È BELLA.

N’giorno.
Ritrovo per caso uno scritto del Marzo 2017 e mi rendo conto che sul blog non l’avevo mai postato.
Se siete miei follower su Facebook probabilmente lo avete già letto, se mi seguite solo sul blog, per voi è inedito.
Lo trovate sotto questa foto.

L'immagine racconta di una panchina in un parco assolato.

LA VITA È BELLA.

È primavera, il sole regala luce gialla e gli uccellini cantano.
Dunque vado al parco.
Mi siedo su una panchina, respiro a pieni polmoni e scopro che la vita è bella.
Poi una pallonata mi riporta alla realtà. 
Il pallone mi colpisce la rotula malata, il giovane centravanti non mi chiede nemmeno scusa, e grida verso di me “Palla!”.
Per un attimo sospetto che si riferisca al mio sovrappeso, poi comprendo che pretende io gli faccia da raccattapalle.
Sciocco bimbo. Ho già le mie da raccattare.
Lo faccio, le raccatto (le mie) e fuggo schivando una seconda pallonata.
Cambio panchina, esce il sole, respiro a pieni polmoni e scopro che la vita è bella.
Dopo due minuti due arriva la tipa con la carrozzina, si siede al mio fianco e comincia a parlare al cellulare: strilla come un’aquila raccontando senza ritegno di corna ricevute e maschi traditori, la bambina nella carrozzina comincia a piangere e lei le dice: “Zitta, che Mamma sta parlando al telefono con Zia Gianna”.
Mi sporgo per guardare la pupa, avrà si e no tre mesi; cosa mai può saperne di Zie e di telefoni? Lei vuole Mamma.
Attacca a piangere e mentre mi sposto strilla anche lei come un’aquila.
“Tutta sua madre”, penso, e approdo su una terza panchina, respiro a pieni polmoni e scopro che la vita è bella.
Arriva però la tizia col cane Fuffi ( non so perché, ma credo si chiami Fuffi): 
“Fuffi, stai fermo, Fuffi, non mangiare il gelato per terra… Fuffi, seduto! Ha visto come è obbediente? L’ho fatto addestrare…No, Fuffi, lascia stare i lacci del signore, Fuffi, non fare quel verso, Fuffi, vieni, Fuffi, cuccia, Fuffi, vieni ti dò un croccantino, Fuffi, fammi vedere cosa hai trovato… Fuffi, saluta il signore che sta andando via…”
Eh, l’ha fatto addestrare, il cane.
Mentre emigro decido che da grande farò l’addestratore di proprietari dei cani.
Trovo una panchina all’ombra, vuota. Respiro a pieni polmoni e scopro che la vita è bella.
“Lo vuoi il gelatino a Papà?” – chiede un tizio al figlioletto di tre anni indicando il carrettino dei gelati che si avvicina minaccioso.
La minaccia diventa una promessa e come tale viene mantenuta: il gelataio guida il suo carretto verso di me, valuta ogni panchina e sceglie di fermarsi davanti alla mia, forse attratto dal fatto che qui c’è ombra.
Si ferma proprio davanti, vicinissimo, i raggi della ruota toccano quasi le mie ginocchia.
Non vedo più il parco, ma solo un enorme cono disegnato sulla fiancata.
“Tanto ora lo sposta” mi racconto ottimista.
“Scusi” – chiedo – “resta molto?”
“Si” – mi fredda con una risposta glaciale (d’altro canto, dato il mestiere…), dice che resterà lì per almeno 10 minuti e comincia a trafficare esponendo cialde e locandine mentre comincia ad arrivare gente tutt’intorno.
Il padre si sistema in pole position per non perdere la priorità acquisita.
“Vuoi la crema, a Papà? O preferisci la cioccolata a Papà? Vuoi assaggiare quello col biscotto a Papà?” 
Non pronuncia alcuna frase senza la parola “Papà”, è un continuo spot di se stesso. Non è affetto, è egocentrismo.
“O vuoi la coppetta, eh, Papà?”
Il figlioletto di tre anni mi guarda disperato, e non gli risponde. Il piccolo non ha più un nome, semmai lo abbia mai avuto, adesso si chiama addirittura “Papà”.
– Mi dia un cono col pistacchio – decide Padre M’Affermo della Santa Imposizione. – “Sennò non me lo mangia”.
E certo, lo mangia “a lui”.
Immagino che s’allontanino, invece restano lì, al fianco del carretto, davanti alla mia panchina all’ombra.
“No, a Papà, attento che ti sporchi, no, Papà, aspetta, ti faccio vedere come devi fare per mangiarlo, ecco, Papà, si tiene così, prendilo col fazzolettino, Papà! Ti piace? Com’è, Papà? È freddo, eh, Papà? Mangia piano a Papà, no, più veloce che si scioglie, Papà, no, più piano che ti fa male a Papà! È buono, eh, Papà?”…
Il bambino non risponde, sa benissimo che il padre una risposta non la vuole, nemmeno l’aspetta e continua a chiedere: “È buono, eh, Papà? Qual è meglio, questo o quello di ieri, Papà? Mangia, a Papà, fai vedere come è buono al signore, Papà, fai ciao ciao con la manina che il signore va via, salutalo, Papà, digli un po’ come ti chiami? Dillo, dai, Papà, come ti chiami?”
Il bambino scoppia a piangere, e non credo che sappia bene come si chiama, ha le idee molto confuse.
Torno a casa, mi metto al sole in terrazza, nessuno urla, nessuno gioca, nessuno parla.
Chiamo i miei gatti e mi rispondono, ognuno ha il proprio nome e lo conosce. Giocano con la pallina di carta stagnola e non mi dà fastidio, si inseguono e fanno una lotta silenziosa per gioco, poi s’abbracciano.
Maybe mi sale in braccio e fa le fusa.
Lo chiamo per nome: “Maybe!”
“Gnà!” – mi risponde. 
“Fai le fusa a Papà!” – gli dico per scherzo.
Non mi risponde, non conosce quella parola.
Respiro a pieni polmoni e scopro che la vita è bella.

Andrea Cascioli.


© 2019 ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO.
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