CAPITOLO SETTE: RACCONTA DELLE CONTRADDIZIONI.

Fessacchiotto Capitolo 07 titolo

CAPITOLO (dicias) SETTE
IL CAPITOLO CHE RACCONTA DELLE CONTRADDIZIONI.
ANZI, NO, DELLA FORTUNA.
ANZI, NO, DELLA SFORTUNA.

Continuava a rammaricarsi di non aver chiesto al tassista un recapito, per mandare alla moglie una copia firmata del libro.
In certi momenti la fretta non ci offre il tempo di fare le scelte giuste.
“O forse la fortuna a volte si distrae.” – Sorrise a quell’idea, scettico da sempre, pensando che proprio quel giorno fosse Venerdì 17.
Siete superstiziosi?
Credete alla sfortuna, alla fortuna, alle coincidenze?
Fessacchiotto fino a quel mattino non aveva creduto in altro che nel ragionamento. D’altronde questa era la sua vera forza: il pensiero. E contemporaneamente esso era la sua dannazione, multiplo e scomodo come un tandem con a bordo due ciclisti in disaccordo, contraddittorio per natura.
Ma anche no.
Però a volte sì.
Aveva appena autografato una copia alla settima persona che Enrica gli si accostò dal lato sinistro e gli parlò a bassa voce.
– C’è un signore anziano laggiù in fondo. Devo farlo passare avanti? – chiese, ottusa.
Roberto alzò lo sguardo. Esattamente alla fine della fila vide Omero il tassista: agitava trionfante il libro che teneva in mano.
Era STIRPE MALEDETTA.
– Dottò!
Sorridendo gli fece il cenno di avanzare e i lettori in coda non ebbero nulla da ridire: avevano visto il suo gesto, e a differenza della hostess la priorità di anziani, bambini e categorie varie la conoscevano bene.
L’attempato tassista era radioso e gongolava, avvicinandosi al tavolo. Arrivato a destinazione mostrò tutti i denti possibili con il sorriso più grande del globo terracqueo.
– Dottó, l’ho trovato! – indicò il libro che aveva nella mano – Gliel’ho detto che lo stavo leggendo ieri notte! Ce l’avevo nel taxi! Che fortuna!
Eh, beh, si, è vero. Delle volte nella vita inaspettatamente ci vengono regalate alcune occasioni fortunate, però quasi invisibili all’occhio, per aggiustare qualche cosa, per rendere possibile quello che si riteneva impossibile. Per porre rimedio a cose che andavano fatte prima; che si temeva fosse troppo tardi per farle. E perciò un avvenimento bello può succedere, anche a sorpresa, se voi non credete che forse un pensiero superstizioso possa impedirlo.
Così in quel Venerdì 17 Roberto Fessacchiotto riuscì a restituire alla signora Giuliana la vera gioia di un autografo da tanto desiderato, con l’occasione del gesto di un marito amorevole.
A volte con una penna si può fare molto.
E questa, in fondo, era già una storia.
– Dove ha parcheggiato il taxi? – chiese Roberto mentre autografava il volume. – Non sarà in doppia fila?
– Ci mancherebbe, dottore, l’ho messa nel garage a pagamento qui dietro, vicino al cinema, l’ho lasciato là, così io potevo fare la coda con calma.
Omero si sporse in avanti e abbassò la voce con aria da complottista carbonaro.
– Dopo devo darle una cosa – sussurrò battendosi con le dita il cuore, ovvero la tasca interna del proprio giaccone.
– Ora no?
– Magari dopo – aggiunse strizzando un occhio in gesto d’intesa – Mica qui davanti a tutti, che non è il caso.
– Che cos’è?
– Dopo, dottó, dopo.
Intanto Roberto aveva scritto la dedica sulla pagina bianca iniziale nella copia sgualcita:
“A Giuliana, che ha scelto un uomo ancora innamorato. E a Omero, che ha lo spessore giusto per esserlo. Roberto Fessacchiotto.”
– Che belle parole, dottó! – l’anziano amico era felice. – Oggi è proprio il mio giorno fortunato!
Era il momento dell’autografo successivo. La ragazza giapponese che aveva aspettato con santa pazienza quel fuori programma si sporgeva da dietro la figura del tassista ora a destra e ora a sinistra tentando di farsi notare: era ormai il suo turno.
Fessacchiotto si rivolse all’inutile orpello facente funzioni di hostess che vegetava alla propria sinistra guardandosi le unghie.
– Enrica, sia cortese, le dispiacerebbe accompagnare il signor Omero al buffet?
– Perché? – domandò ancora Sua Vuotezza.
Roberto desiderò morire, possibilmente all’istante.
“Eh, prima della morte” – pensò – “va cercata però sempre un’altra possibilità”.
Quindi, anziché suicidarsi, scelse una via alternativa e parlò con voce calma e profonda:
– Oh, mia cara, perché il signor Omero è una persona davvero molto importante, è un VIP; ho quindi bisogno che egli venga indirizzato con estrema precisione verso l’area buffet, dove potrà ristorarsi – disse lo scrittore, più furbo di una volpe furba.
– Posso quindi contare sulla sua affidabilità professionale, Enrica?
– Ma certamente – affermò Sua Pochezza. Ancheggiando panterosa si diresse verso l’obiettivo prefissato, trascinandosi il VIP Omero che camminava all’indietro salutando le persone in fila, sorridente e un po’ curvo, come a ringraziarle di aver sopportato la sua inattesa presenza.
Nei successivi 17 minuti Fessacchiotto firmò altre otto copie del suo nuovo libro e nove di diversi romanzi che aveva scritto in passato.
Gli capitò di aggiornare alcuni autografi scritti negli anni precedenti, aggiungendo il nome di un figlio nato di recente, o magari correggendo il nome di qualche ex coniuge non più perfettamente in accordo.
Quando scriveva qualsiasi cosa per gli autografi, Roberto attuava un suo trucco che trovava assai comodo: metteva per iscritto esattamente quello che pensava in quell’istante, la pura verità, senza menzogne.
Questo trucco, che lui riteneva astutissimo, in un eventuale secondo momento lo avrebbe aiutato a ricordare dettagli di quel breve attimo d’incontro, le impressioni provate e alcuni utili indizi.
Uno scaltro stratagemma.
Scrivendo “A Gervaso con simpatia”, in futuro sarebbe stato certo che Gervaso in precedenza gli fosse rimasto davvero simpatico; non fosse stato così si sarebbe astenuto dallo scrivere quel termine, scegliendo altre parole.
Ad esempio, quel giorno nel rileggere una precedente dedica sul suo penultimo romanzo SVELTO COME UN GATTO trovò indizi preziosi ed esaustivi: “A Silvana, scrupolosa dottoressa, mille auguri per il viaggio in Australia.”
Lo scrittore ricordava la donna, ma non perfettamente; però grazie a quella dedica ora aveva certezza che durante il loro precedente breve incontro Silvana si fosse rivelata davvero un medico molto scrupoloso e inoltre l’autografo veritiero si dimostrava utile anche per instaurare una nuova conversazione.
– Com’è andato poi quel viaggio? Le è piaciuta l’Australia, si? – chiese cordiale alzando gli occhi dal volume autografato.
Silvana, diciassettesima della coda, si dimostrò subito soddisfatta che la conversazione prendesse una piega personale. Passò una mano tra i capelli biondi e si sporse un minimo in avanti.
– Oh, non è stato un gran che, a dire il vero. In realtà era un viaggio di lavoro. Un noioso congresso internazionale di otorinolaringoiatria. Io sono un chirurgo. Però ho visto i canguri! E l’ornitorinco. Un animale fisicamente contraddittorio! – si capiva che aveva trovato esaltante la natura.
– Con tutti i colleghi abbiamo passato un’intera notte sulla spiaggia di Sidney a cantare canzoni italiane, a squarciagola, pensi che situazione!
Fessacchiotto amava molto l’ornitorinco, proprio per similitudine. Ne era appassionato. In qualche modo s’identificava psicologicamente con le contraddizioni morfologiche dello strano animale australiano.
Ma non lo dichiarò, prudente, per non far allungare la conversazione.
Si limitò a dire autoironicamente che anche lui a volte era “rinco” e a firmare il libro nuovo scrivendo: “A Silvana, l’aggiornatissima chirurga con cui condivido la passione per il contraddittorio.”
Le strinse la mano con un sorriso, ringraziandola della visita.
Quindi lei andò.
Il tempo di superare le persone ancora in coda e poco dopo Silvana, “scrupolosa dottoressa”, uscì dalla libreria felice e contenta, con le sue due copie autografate tre le mani, quella del penultimo libro col gatto nero in copertina e quella del romanzo nuovo, “ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO”, tutto da leggere, tutto da gustare.
Roberto firmò altri due autografi, poi un frastuono di vetri rotti e di grida spostò la sua attenzione verso il buffet. Qualcuno aveva sbattuto violentemente contro il tavolo delle bevande che poi s’era rovesciato, i bicchieri e le bottiglie erano caduti a terra con un suono assordante di cristalli in mille pezzi.
Si alzò per vedere meglio quella scena, a una trentina di metri dalla sua postazione.
Enrica gridava, isterica. Di fronte a lei un uomo di spalle muoveva le braccia, annaspando, come in preda a un attacco epilettico o qualcosa di simile.
Lo scrittore aveva già riconosciuto il giubbotto dell’uomo e cominciò istintivamente a dirigersi verso il buffet prima ancora che quella figura si voltasse.
“Dannazione!”- pensò – “Omero.”
Era il tassista; voltandosi mostrò la bocca spalancata, piena di cibo, strabuzzando gli occhi atterriti.
Qualcuno chiamò ad alta voce un medico, qualcun altro tentò pure di fermare i movimenti inconsulti dell’uomo.
“Io t’invidio, Omero…”
Adesso i pensieri di Fessacchiotto avevano cominciato a frullare.
Il suo passo accelerò.
Senti la voce di Sua Inconsistenza Enrica piagnucolare.
– Stava mangiando un panino e ha cominciato a tossire…
“Ancora 25 metri” – pensò Roberto. – “Svelto”.
“SVELTO COME UN GATTO…” – quel titolo gli venne quasi incontro, a bordo di un espositore di cartone carico di volumi del suo precedente romanzo, proprio mentre le sue gambe iniziavano a correre, cercando un passaggio tra le persone.
Una donna alta e ossuta vestita di scuro gli sorrise mostrando i suoi grandi denti, si fece da parte di scatto, urtando l’espositore.
– “17 metri”.
Decine di gatti neri barcollarono isterici all’unisono, in un traballare indeciso, e poi quei libri scivolarono e caddero, rotolando, spargendosi perpendicolarmente rispetto al percorso del loro autore; in pratica un esercito di gatti neri gli aveva appena attraversato la strada.
Li scavalcò con un salto, senza curarsene, ormai avviato in una corsa ansiosa verso Omero.
Un signore, forse un medico, tentava una manovra esperta usando una presa da dietro, comprimendo con forza il torace del tassista che agitava le braccia freneticamente davanti a sé. Non funzionò.
Roberto si faceva largo tra la gente confusa e accalcata, le orecchie gli ronzavano, il cuore andava a mille.
“Pensa al suo di cuore” – e partirono decine di pensieri inarrestabili, mentre correva.
“…battendosi con le dita il cuore…”
“È la mia Giuliana. La mia meravigliosa compagna di una vita…”
Una dozzina di metri, era sempre più vicino.
“Chi diavolo può scegliere di mettere a mezzogiorno il whisky in un buffet?”
“È un concetto contraddittorio.”
“Come un ornitorinco.”
Un altro uomo provava stavolta a comprimere il torace di Omero e a batterne la schiena. Nulla. Il tassista era rosso in volto. Scivolò a terra, pareva che avesse le convulsioni, sbattendo il palmo delle mani più e più volte in terra, forte, disperatamente, per chiamare. Era il suo modo di gridare. Senza voce.
“Come Alexandro… anche questo è contraddittorio…”
“Ornitorinco. Australia…”
Pochi metri. Aggirava le persone.
E correva, e pensava.
“Niente latte di capra, ma al buffet c’è il whisky…”
“Molto contraddittorio…“
Arrivò in scivolata, veloce e fluido come suoi pensieri. Si aggrappò al giubbotto dell’anziano amico, disperato.
– Omero, sono qui!
Il corpo del tassista sussultava, spasmodico, cercando un respiro che non c’era.
La ragione di Fessacchiotto sussultava, spasmodica, cercando una soluzione che non c’era.
“E oggi mettiti una cravatta seria, senza gattini o cagnolini! “
Omero non aveva cravatte da poter slacciare. Non respirava per altri motivi. Aveva la bocca piena di cibo. Fessacchiotto gli ficcò due dita nel cavo orale, svuotandolo, frenetico. Però non serviva proprio a niente. L’aria comunque non passava. Il boccone era incastrato in fondo, nella trachea.
“Un nodo alla gola, anche in senso figurato…”
Il tassista lo guardava con gli occhi spalancati, iniettati di sangue. Era terrorizzato.
“…facevo partire palline di carta…”
Annaspava paonazzo Omero, soffocando, aggrappandosi alla camicia dello scrittore e strappandola: ormai aveva capito: niente più Giuliana, niente più taxi: stava morendo tra le braccia di Fessacchiotto.
Roberto lo guardava scivolare via, e disperato non sapeva cosa fare, nonostante i pensieri affastellati.
“Eh, prima della morte” – gli tornò alla mente, ancora – “va cercata sempre un’altra possibilità.”
“Nastro, carta regalo…”
L’uomo cominciava a rallentare i movimenti. Ora stringeva la giacca dello scrittore, ma non c’era quasi più forza nelle sue vecchie mani.
“Lo facevo a scuola… facevo partire palline di carta…”
“Australia. Congresso internazionale…”
Gli occhi terrorizzati dell’anziano cominciarono ad appannarsi.
“Dopo devo darle una cosa…”
“Magari dopo, mica qui davanti a tutti, che non è il caso.”
“…battendosi con le dita il cuore…”
Roberto infilò frenetico una mano nella tasca interna al giubbotto del vecchio e frugò speranzoso, confidando in un miracolo, magari in una medicina, in una soluzione.
Invece c’erano solo dei soldi.
“17 euro. Sono solo 17 euro…”
Il tassista era tornato indietro per portargli il resto della corsa. Era solo quello, non c’era nessuna medicina, nessuna soluzione. Solo 17 euro. Semplicemente non voleva darglieli davanti a tutti, e soltanto per non imbarazzarlo. Che un amico non prende mance, ma si fa scrupolo per te.
“17…”
“Io t’invidio, Omero.”
Ne scosse il corpo, disperato, ma il tassista stava andando via.
“…dottó, oggi è proprio il mio giorno fortunato!”
“Venerdì 17…”
“Molto contraddittorio…”
E Roberto cominciò a capire che Omero quel romanzo non l’avrebbe mai finito di leggere, lo strinse forte a sé e fece quel poco che poteva, che non c’era proprio più tempo. Così, d’impulso, affettuoso e inutile, Fessacchiotto gli parlò forte, per farsi sentire, prima che il suo amico s’arrendesse, finché c’era ascolto.
– È stato il guardiano! Il guardiano del cimitero! Si, avevi ragione! È stato lui, avevi ragione anche sui cardini arrugginiti! – gridò, patetico, agli occhi ormai vitrei che sapeva non avrebbero letto più.
“… carta regalo, tagliacarte cromato, il bollino…” – intanto pensava, abbracciandolo.
– Ti rivelo come finisce, Omero. Prometto, te lo racconto ma non te ne andare! Ti devo dire come finisce!
E lo scuoteva, lo spingeva, ma ormai l’uomo era quasi praticamente inerte.
“…whisky in un buffet…”
Si voltò di lato e la vide. Vide quella bottiglia di whisky, vicino a lui, integra, per terra, tra i vetri rotti dei bicchieri e delle altre bottiglie di prosecco. Era l’unica cosa non frantumata.
“Molto contraddittorio…”
L’agguantò.
“Eh, prima della morte va cercata sempre un’altra possibilità.”
Si alzò e cominciò a correre, lontano, come per fuggire, svelto, svelto, svelto.
“SVELTO COME UN GATTO…”
Svelto, correva, pensando cose svelte.
“…Congresso internazionale di Otorinolaringoiatria.”
E lanciò un urlo potentissimo.
– Silvanaaaa!!! – e gridava e correva e scivolava sul pavimento lucido e si rialzava e correva.
“…tagliacarte cromato…”
Raggiunse la cassa. Afferrò il tagliacarte vicino alla carta da regalo, lì prese anche una penna dal barattolo giallo e corse nuovamente verso il buffet, svelto più che mai.
“SVELTO COME UN GATTO…”
– Silvanaaaa!!! – ancora nessuna risposta.
Il negozio era piombato in un silenzio sospeso e nessuno dei presenti riusciva a parlare.
“Nelle penne a sfera se togli il refill puoi usarle come una cerbottana. Lo facevo a scuola…”
– Silvanaaaa!!!
Ma Silvana “la scrupolosa dottoressa” in quel momento era a più di trecento metri dal negozio e stava montando in macchina accendendo lo stereo. La sua maggiore preoccupazione era di poter uscire dal suo parcheggio senza strusciare l’auto, dato che l’avevano stretta non poco tra una vettura e l’altra.
“Una delegazione di otorinolaringoiatri che canta a squarciagola…”
“Molto contraddittorio…”
Scivolando sui vetri rotti Fessacchiotto piombò come un fulmine di nuovo accanto al corpo inerte di Omero.
“Svelto…”- si esortava.
Aveva già tolto freneticamente il tappo posteriore della penna, sfilato il refill e aperta la bottiglia di whisky.
“SVELTO COME UN GATTO…“
– Silvanaaaa!!! – urlò ancora, disperato; ancora nulla, solo l’eco della sua voce che rimbombava nel negozio.
Silvana “l’aggiornatissima chirurga” non riusciva proprio a liberarsi e uscire da quel parcheggio. La sua auto era davvero bloccata sia davanti che dietro e non sarebbero bastate nemmeno 17 manovre.
Pensò che fosse proprio una vera sfortuna. Alzò gli occhi al cielo, poi li abbassò: dalla copertina del libro poggiato sul sedile del passeggero il gatto nero sembrava guardarla, con i suoi occhi sornioni.
Nello stesso momento lo scrittore in camicia strappata e con cravatta perlacea versò del whisky sulla penna di plastica trasparente oramai svuotata e sul tagliacarte. Ne versò un poco anche sulle proprie mani, sfregandole, poi sul collo di Omero, che ormai non si muoveva più.
Ora tutto fu ben nitido, finalmente, seppure molto contraddittorio. Il whisky, il tagliacarte di metallo lucido, la penna a sfera e il turbinio dei suoi pensieri ebbero finalmente un senso. Anche quella parola.
“Squarciagola.” – pensò.
E lo fece.
Così mentre Silvana, ignara e furente ritornava sui propri passi verso la libreria per chiedere di chi fosse almeno una delle due macchine che le impedivano di andarsene, Roberto Fessacchiotto accoltellò al collo il suo nuovo amico Omero, in un tentativo scellerato di salvargli la vita.
“… puoi usarle come una cerbottana. Lo facevo a scuola. Ci soffiavo dentro…”
Fece proprio questo. Rigirò il tagliacarte metallico nel foro praticato, allargandolo, poi inserì la penna di plastica svuotata e sterilizzata. Abbassò la testa e ci soffiò dentro, forte, sentì che l’aria passava, soffiò ancora e ancora, fortissimo, finché avvertì la cassa toracica di Omero gonfiarsi sotto la spinta dei polmoni che si riempivano d’aria.
Dopo trenta secondi a furia di soffiare andò in iperventilazione e si sentì quasi svenire.
Tentò anche un massaggio cardiaco, premendo il torace dell’uomo, dandosi un ritmo, col pensiero.
“Forza, su! Apri occhietto… chiudi occhietto… apri occhietto… chiudi occhietto…” – L’aiutava pensare a Bruttoguercio e a come lo curava, gli dava un ritmo.
– “Nemmeno fosse un massaggio cardiaco…”
Era confuso. Il negozio cominciava a girare intorno a lui.
“Apri occhietto… chiudi occhietto…”
Non andò avanti per molto e tutto si fece più scuro. Gli tremavano le gambe. L’ultima cosa che vide furono gli occhi del micio nero che lo guardavano dalla copertina di “SVELTO COME UN GATTO”, proprio nelle scaffalature di fronte a lui. Sembravano socchiudersi e invece si faceva buio.
Gli parve di sentire le fusa, ma era il rantolo gorgogliante del respiro di Omero. Si accasciò sul suo corpo, abbracciandolo in una pozza di sangue, per poi scivolargli accanto.
Ebbe dei ricordi confusi, gli sembrò di sentire rimbombare una voce femminile che chiedeva forte qualcosa circa certe automobili, sentì frammenti di frasi e discorsi che parlavano di sfortuna, di coincidenze, di arabeschi del destino.
Non svenne mai del tutto però certo passarono alcuni minuti, prima che il mondo ritornasse un minimo luminoso. Poi quando cominciò a riprendersi la dottoressa Silvana era china sul corpo di Omero già da qualche minuto, si udiva nitidamente un rantolo mischiato a un fischio periodico, ripetuto.
Dall’ingresso della libreria stavano entrando degli infermieri con una barella e una bombola d’ossigeno.
Luci azzurre lampeggiavano all’esterno delle vetrine e in sottofondo si udiva un brusìo sordo, le voci di centinaia di persone che parlavano e raccontavano e commentavano e fotografavano eccitate.
Cercò di alzarsi ma non aveva forze, ricadde sulle ginocchia, goffo.
E fu così che lo vide Ferdinando De Mabertis quando i loro sguardi s’incontrarono: in ginocchio, sui vetri, con la camicia strappata, la testa bassa, con il sangue schizzato sul petto, sulla cravatta, sulle spalle della giacca, curve.
– Roberto! – Il corpulento agente letterario era impietrito, al centro dello spazio vuoto davanti al buffet, lo guardava a bocca aperta, terreo.
Tutt’intorno c’era un cerchio largo di persone, centinaia, che smisero all’unisono di parlare.
Lo scrittore alzò la testa, lo vide e i suoi occhi azzurri si riempirono di lacrime, d’un pianto liberatorio. Intorno a lui, per terra, c’erano panini, bicchieri, salatini, patatine, vetri, piatti, bottiglie e bicchieri rotti, un tavolo rovesciato, un corpo esamine alle sue spalle in una pozza di sangue, attaccato a una bombola d’ossigeno.
– Ferdy, mi dispiace tanto. – singhiozzò – Scusa per il ritardo.
Era di nuovo l’uomo dal pigiama con gli elefantini rossi.
Si guardò il torace, la camicia strappata zuppa del sangue di Omero.
– L’avevo messa la cravatta seria. A tinta unita. Ti giuro che era bella!
Guardò le centinaia di Lettori che lo osservavano, tutt’intorno. Tentò nuovamente di alzarsi asciugandosi il naso con il dorso della mano e sembrava come un bambino, dispiaciuto per avere fatto tardi a scuola.
– Devo finire di fare gli autografi… – barcollò.
Ferdinando abbassandosi lo sorresse e gli parlò con voce dolce.
– Non preoccuparti, Roberto. Va tutto bene. Sei stato fantastico. Cerca di non alzarti, almeno per adesso. Appoggiati e aspetta gli infermieri.
– Non sei arrabbiato? – chiese lo scrittore tirando su col naso.
– Certo che no, stai tranquillo.
– Bene – si sedette a terra, esausto. Raccolse le forze per dire:
– Non sei per nulla dimagrito, Ferdy, nemmeno un po’.
Chiuse gli occhi, stanco, abbassò la testa contro le ginocchia piegate dinanzi a sé e sembrò quasi stesse facendo un inchino di fronte al suo pubblico che l’accerchiava a distanza rispettosa di parecchi metri.
Qualcuno stava scattando delle foto. Qualcun altro invece lo guardava commosso.
Alcuni, increduli.
Altri ammirati.
Sullo sfondo, sopra di lui, troneggiava una grande scritta in cartone:
“ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO”.
Sembrava la didascalia di quell’immagine, era quasi il riassunto degli ultimi minuti, la descrizione di quell’uomo contraddittorio, a volte un po’ speciale e a volte un po’ bambino.
Adesso, magari, vorrete un finale a effetto, una chiusura che dimostri qualcosa, che possa dare un senso a tutto l’accaduto.
Una sorta di morale, qualcosa che certifichi che il significato di tutto questo in fondo fosse già stato scritto, che l’avevate sotto gli occhi, sin dall’inizio.
Eh, beh, si, è vero. Delle volte nella vita inaspettatamente ci vengono regalate alcune occasioni fortunate, però quasi invisibili all’occhio, per aggiustare qualche cosa, per rendere possibile quello che si riteneva impossibile. Per porre rimedio a cose che andavano fatte prima; che si temeva fosse troppo tardi per farle. E perciò un avvenimento bello può succedere, anche a sorpresa, se voi non credete che forse un pensiero superstizioso possa impedirlo.
Così in quel Venerdì 17 Roberto Fessacchiotto riuscì a restituire alla signora Giuliana la gioia di un marito amorevole, con l’occasione di un autografo da tanto desiderato.
A volte con una penna si può fare molto.
Anche salvare una vita.
O prendere una posizione netta, raccontare che tutte le superstizioni, proprio tutte, sono una stronzata colossale.
E questa, in fondo, è già una storia.

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