CAPITOLO QUATTRO: RACCONTA IL RAPPORTO CON LE DONNE

Fessacchiotto Capitolo 04 titolo

CAPITOLO QUATTRO
IL CAPITOLO CHE RACCONTA IL RAPPORTO CON LE DONNE

– Ti faccio accompagnare a casa – gli aveva detto il maresciallo.
Finalmente Roberto stava per uscire dalla caserma, in compagnia dei due carabinieri che lo avevano fermato in strada un paio d’ore prima. Passò davanti al piantone il quale alzò gli occhi da dietro la guardiola, distogliendoli dalla lettura di qualcosa.
– Buonanotte, Tarcisi – salutò, ricordando il nome.
Il militare ricambiò con un mezzo sorriso di cortesia.
Fuori piovigginava. Una foschia leggera di gocce che si muovevano al rallentatore, pareva fossero nebulizzate.
Nessun rumore, se non quello dei rivoli d’acqua che correvano veloci sulla strada verso aperture laterali di tombini assetati.
Salirono sulla gazzella, la guidava il carabiniere magro, e scivolarono sull’asfalto bagnato senza fretta e senza calma in direzione di casa.
I due militari mantennero un atteggiamento distaccato però cortese, arrivati davanti al palazzo lo salutarono, quello più grasso accennò un sorriso quasi imbarazzato accompagnato da un’alzata di spalle, come a scusarsi per l’episodio un po’ teso di quella notte al momento in cui lo avevano fermato.
Fessacchiotto rispose a tono, tendendo la mano e poi stringendola, a confermare che tutto fosse dimenticato e superato, poi la gazzella dei carabinieri si allontanò, unici suoni gli spruzzi dell’acqua sollevata dai quattro pneumatici e il tintinnio del mazzo di chiavi che usciva con un gesto stanco dalla tasca del cappotto.
Lo scatto del portone, pochi metri nel cortile interno, col suo passo caratteristico, poi sarebbe arrivato a casa.
Aveva un modo buffo di camminare da sempre.
Beccheggiava e ondeggiava, contemporaneamente.
È un po’ difficile da descrivere.
Ormai, a quarantun anni, aveva imparato a conviverci. Ad alcuni quel modo piaceva; a dirla tutta piaceva proprio lui, mica la sua camminata strana.
Non che fosse bello, però in generale alle persone risultava gradito.
Forse era per via del modo di sorridere mentre parlava, ma io sono convinto dipendesse dal fatto che sapeva ascoltare e rammentare ogni cosa di loro, ogni dettaglio personale del loro passato e della loro vita, anche cose accadute molti anni prima.
Roberto Fessacchiotto della gente che incontrava ricordava qualsiasi particolare, ogni parola, ogni racconto, confessione o segreto.
Le persone si confidavano volentieri con lui, anche gli estranei, forse dipendeva dal fatto che ispirava fiducia, magari traspariva la spiccata attitudine che aveva ad accettare senza giudicare.
Era gradito, ci si trovava a proprio agio frequentandolo, si trattava di una compagnia piacevole tanto nei salotti quanto fuori da essi.
Intellettuali o meno.
Faceva lo scrittore per sostentamento, non si reputava per nulla un artista; se è vero che Arte e sregolatezza vanno a braccetto, era molto più artistico il modo in cui viveva.
I suoi romanzi, invero ben scritti, erano un mezzo, gli permettevano di vivere agiatamente; Fessacchiotto era solito sottolineare quanto la differenza tra un folle e un eccentrico fosse il denaro, identificandosi nella seconda condizione grazie al proprio reddito lavorativo e invece nella prima come intimo convincimento.
Anche in questo aveva ragione.
Perché pur essendo un uomo di notevole intelligenza e caratterizzato da una reale onestà intellettuale, Roberto Fessacchiotto era però una persona profondamente disturbata, questo va considerato.
Credete, io sono stato suo amico, lo dico con affetto, stiamo parlando di un pazzo scatenato.
Delizioso, peraltro, ma disturbato assai.
Ovviamente ne era perfettamente conscio, la sua esistenza era stata un continuo tentativo di restare in equilibrio.
Precario, peraltro.
Perciò, ora che siamo arrivati al quarto capitolo, è giusto che vi parli del suo percorso umano contraddittorio, dei suoi continui conflitti più interiori e nascosti, dell’amore incondizionato che sapeva provare nei confronti della parte più etica e spirituale degli esseri umani.
E per i gatti, anche.
Lo stregavano, i gatti.
Lo scioglievano, i gatti.
A chi gli chiedesse per quale motivo fosse così innamorato dei felini, rispondeva schernendosi:
– Mi fanno ridere e commuovere, li ammiro, pure: sono sempre agili, belli e sinuosi, persino quelli grassi. – diceva.
Ma si trattava di una mezza verità: più propriamente lo scrittore era follemente innamorato degli animali in quanto intimamente bisognoso di dare amore. Coi gatti gli riusciva meglio che con altri.
Con l’idea di doverli salvare lui andava a compensare un bisogno che risaliva alla sua adolescenza che però non aveva ancora perfettamente messo a fuoco, sarebbe accaduto in futuro, certamente, se ne parlerà nel capitolo 32; abbiate la compiacenza di essere pazienti, e non andate a sbirciare.
Adesso, invece, è il caso di raccontare del suo ritorno all’attico in cui viveva con la sua famiglia, culmine catartico del complicato rapporto con le donne che durante la sua vita lo avevano amato.
Dunque, casa.
Erano le sei e venti di mattina e aveva ormai praticamente smesso di piovere quando Fessacchiotto inseriva la chiave nella serratura della porta del suo attico.
“Ta-Clack. Trump – trump – trump”.
Nessuno ad aspettarlo.
Si tolse il cappotto ancora umido e lo appoggiò sull’attaccapanni, poi arrivò con passo prudente fino alla camera da letto dando un’occhiata veloce dentro: la sua famiglia dormiva di un sonno beato.
Non uno si era svegliato.
Amélie non c’era e nemmeno il suo trolley, probabilmente era andata via qualche ora prima, stanca dell’attesa.
In cucina certamente l’attendeva un biglietto esplicito; Roberto andò però direttamente in bagno, si fece una doccia e con la complicità di un accappatoio caldo credette per un attimo di aver fatto pace col mondo piovoso e freddo delle donne morte, dei carabinieri, degli Editori dalle scadenze improrogabili, degli agenti letterari.
Infilò un pigiama pulito tutto pieno di cagnolini lilla e si diresse verso la cucina per farsi una tisana, di quelle bollenti, alla liquirizia.
Pazzo scatenato e pazzo per la liquirizia.
Puntuale come una cambiale, il biglietto troneggiava sul fornello.
“Gerundio, ho visto dalla finestra che i carabinieri ti hanno portato via. Eri buffo e bagnato fradicio. Se ne avrai per qualche ora, è inutile che io rimanga. Questa missione suicida di salvare tutti i gatti del mondo si sta rivelando invasiva. Noi dovremmo parlarne. Avrei preferito bagnarmi io. Bacio. A.”
Era divertito, Amélie avrebbe dovuto diventare una scrittrice anziché fare la hostess svolazzante, scriveva bene ed era diretta, il suo italiano era proprio perfetto, sia scritto che parlato. Solo la pronuncia era un pochino buffa e l’accento francese tradiva la sua provenienza, faceva però parte integrante del suo fascino straniero.
Effettivamente pure Roberto avrebbe preferito una serata diversa. La donna era venuta a trovarlo con tutte le migliori intenzioni e quando dal trolley aveva tirato fuori la camicia da notte rossa lui aveva capito che sarebbe presto venuto il momento di togliersi quel pigiama con gli elefantini che a lei piaceva tanto.
Ora, per essere bella era bella, ma con addosso la camicia da notte di raso rosso Amélie si trasformava, diventava qualcosa di assolutamente travolgente. Lei lo sapeva bene.
Anche lo scrittore era perfettamente consapevole di quanto entrambi fossero dipendenti dall’attrazione fisica, non potevano prescindere dal fatto di trovarsi vicendevolmente seducenti, pure qualche ora prima la promessa sottintesa di quella camicia da notte aveva suscitato in lui il desiderio.
Tuttavia non aveva saputo resistere all’idea di salvare la gattina sotto il temporale, sinceramente convinto di sbrigarsi in pochi minuti; Esile Sole gli aveva dimostrato il proprio disappunto e lui trovava davvero strano che anche solo pochi minuti fossero ritenuti “troppo”.
Troppo? Mentre salvi qualcuno esiste un “troppo”?
Amélie pensava di si.
Lui nemmeno un po’.
Ecco il punto, a volte si sentiva incompreso.
Ma poiché non era la prima volta che accadeva, intuiva che quel fatto fosse un comune denominatore da parte di tutte le donne che avevano accompagnato la sua vita, e che loro avessero un motivo valido.
Ovvero che nella sua percezione delle proprie azioni fosse insita una certa verità sfuggente difficile almeno per lui da mettere a fuoco, come se non riuscisse a separare il normale dall’anormale.
Non essendo per nulla misogino non archiviava minimamente la cosa con un “Ah, le donne, beato chi le capisce!”; piuttosto era convinto di essere incapace di focalizzare le proprie stranezze.
Tutto sommato, non è che avesse torto a pensare questo.
Comunque la situazione della micetta randagia sotto la pioggia si era presentata come improrogabile, lui non aveva ascoltato il disappunto di Amélie e adesso lei non c’era.
Decise che le avrebbe telefonato in mattinata allo scopo di chiarire la situazione, magari le avrebbe chiesto scusa, forse promettendo di farlo in quel modo che a lei piaceva tanto.
“Certo” – pensò entrando nella stanza da letto – “fosse rimasta l’avrei svegliata dolcemente con dei baci carini. Davvero non riesco a capire che problema abbia ad accettarmi come sono, mi fa sentire anomalo. E non capisco cosa mi sfugga. Che farò mai di strano, in fondo? ”
Non fu facile entrare nel letto senza disturbare i suoi cinque gatti che dormivano sopra di esso, accoccolati e inamovibili sul copriletto.
Fortunatamente Cicciona e Batuffola erano abbracciate e occupavano meno spazio, in modo che rimanesse un pezzettino di letto disponibile, così che Roberto inserendosi cauto, trasversalmente, potesse entrare quasi del tutto sotto le coperte.
Quasi.
Spenta la luce, nella penombra le lancette fosforescenti della sveglia di Felix the Cat sul comodino segnavano quasi le sei e trentacinque. Fu l’ultima cosa che vide prima di chiudere le palpebre già pesanti da un po’.
Avvertì immediatamente dei passi leggeri sulle cosce e poi sul petto. Il rumore delle fusa, prima lontano, gli si avvicinò fino all’orecchio, poi un nasino umidino premette contro il suo.
Senza aprire gli occhi dischiuse leggermente le braccia.
– Vieni Tondo, vieni – sussurrò dolce.
Come sempre il piccolo Tondo si accoccolò cicciotto e morbido tra le sue braccia, continuando nel fare le fusa, assolutamente convinto che lo scrittore fosse la sua mamma; come sempre dormirono abbracciati, entrambi bisognosi di quella felicità che li appagava.
Ma dopo pochissimi istanti diventò già mezzogiorno.
Un caos frenetico iniziò subito, il Destino con una telefonata avrebbe influenzato non poco le ore successive, la sua vita e pure quella di altre persone.
Quel Venerdì 17 Dicembre non sarebbe stato facile da dimenticare.

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La telefonata.
Una corsa frenetica in taxi.
Conoscerete Omero.
Uno come lui lascia un segno nell’anima.

LO SCRITTORE, I SUOI GATTI E UN MISTERO
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