CAPITOLO SEI : RACCONTA DEGLI AUTOGRAFI

Fessacchiotto Capitolo 06 titolo

CAPITOLO SEI
IL CAPITOLO CHE RACCONTA DEGLI AUTOGRAFI

In vetrina la sagoma di cartone lo ritraeva sorridente, a figura intera, a grandezza naturale, con un gatto in braccio.
“ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO”, c’era scritto.
E sotto, un poco più in piccolo:
“IL NUOVO ROMANZO DI ROBERTO FESSACCHIOTTO”.
Davanti alla grande libreria del centro c’era la fila, arrivava sin fuori.
Una coda ordinata di persone allineate che chiacchieravano tra loro cordialmente. Si erano forse già conosciute attraverso il web, o i social, o tramite il blog dello scrittore.
Era probabile che alcuni si fossero incontrati già in qualche altra fila, in un diverso evento similare con lo stesso protagonista, ma in un’altra città: alcuni di loro prevenivano da fuori, attirati dall’idea di stringere nuovamente la mano all’uomo che li faceva sognare con la sua penna.
Quasi tutti avevano un libro, qualcuno ne stringeva tra le mani più di uno, segno evidente di mancate occasioni d’incontro in passato.
Per parecchi invece era la prima volta. Li si poteva riconoscere dallo sguardo curioso, dal movimento veloce degli occhi, attenti a cogliere il minimo dettaglio di quell’inedita situazione.
Quanta gente! Moltissima!
La coda si formava già dal marciapiede antistante le vetrine, per poi dipanarsi attraverso un percorso tortuoso nel negozio, creato apposta allo scopo di contenere tutte le centinaia di persone quasi totalmente all’interno del negozio illuminato a giorno. Lì dentro, ad ogni curva, le transenne giravano intorno ad un sorridente sagomato di cartone che raffigurava Fessacchiotto; un’idea di Ferdinando De Mabertis, l’agente letterario.
Tutto si poteva dirgli, ma non che fosse un incapace.
Il taxi arrivò velocissimo per poi frenare facendo stridere le gomme e la fila sul marciapiede si voltò a guardare, non per la sorpresa, quanto per l’attesa; aspettavano tutti da un momento all’altro la star di quella giornata d’incontri con i Lettori.
Puntualmente in ritardo, a mezzogiorno e trentacinque Fessacchiotto scese dal taxi, munito di una giacca, una cravatta e un sincero sorriso, tre cose indispensabili per quell’occasione.
Non c’era più traccia di quel bambino distratto e confuso vestito con il pigiama pieno di elefantini, Roberto in pubblico era un’altra persona.
Mentre partiva un applauso, stringendo la mano al tassista pagò; la corsa costava 33 euro ma Omero era stato di parola, velocissimo, e per questo Fessacchiotto reputò giusto lasciare un importo maggiore.
Comunque non aveva tempo, non ce n’era più.
Perciò gli mise in mano 50 euro, con discrezione, non disse “tenga il resto” per non farsi sentire dai Lettori sul marciapiede, però disse ciò che riteneva più giusto e per fare quello il tempo lo trovò:
– Grazie, Omero. Stamattina parlare con un amico mi serviva proprio.
L’anziano autista abbassò la testa alla ricerca del resto.
– Si figuri, dottó. – rispose.
Quando la rialzò porgendo il contante, lo scrittore era già scomparso tra la folla, stringendo mani e sorridendo.
Ebbe una parola per tutti, un sorriso per ognuno, un saluto veloce ma sentito. Di tutti coloro dei quali conosceva già il nome, Fessacchiotto lo pronunciava, mentre li salutava calorosamente, ricevendo pacche sulle spalle e congratulazioni, passando veloce al fianco della fila con la sua buffa camminata.
Si ricordava bene di tutti quelli che aveva già incontrato, mentre dei volti nuovi aveva ben presente di non conoscerli, e tuttavia li salutava comunque, con un cenno della testa, o con un “buongiorno”, o con un “grazie di essere qui”.
– Walter! – sorrise all’uomo brizzolato in fila.
Walter era presente ad ogni evento, ad ogni incontro, in tutt’Italia, da anni. Non erano autografi se non c’era pure Walter, un bancario timido e vegano, etico, garbato e altruista. Aveva da sempre uno zaino sulle spalle e Fessacchiotto avrebbe giurato che non fosse solo pieno di libri o fogli o foto da autografare, ma anche di problemi. Walter lo portava sulle spalle benissimo, apparentemente senza sforzo, però non se ne separava mai.
– Laura! – un abbraccio velocissimo a Laura dal sorriso largo, amante dei cani, al padre affettuosissimo e sempre vicino.
E poi Carmen, Felix, Grazia, Mario, Donatella, Massimiliano, Gabriele, Alberto, Veronica, Christopher, Sisto, Tarlo, Valeria, Clyde, Patty, Syd, Alarico, Alberto; lo scrittore costeggiando la fila entrava nella grande libreria, davanti ai suoi occhi ritornavano alla memoria tutti loro e cento altri. Giuseppe con le sue teorie matematiche, le confidenze di Micol sul razzismo di determinati uomini, le afte di Maurino di origine nervosa, la lettera che gli scrisse Biagio tredici anni prima quando perse la madre, la maglietta con il gattone viola che gli aveva regalato Matteo, i silenzi sobri di Alexandro con il quale non era mai riuscito a stabilire un rapporto concreto per via del fatto che non conosceva la lingua delle persone sorde.
Scorrevano volti e nomi e storie e affetti e confessioni e strette di mano e ricordi.
Volti, nomi e storie.
Affetti, confessioni.
Strette di mano e ricordi.
Era incuriosito dai volti che non conosceva, si riprometteva durante il breve incontro per l’autografo di fare qualche domanda, allo scopo di approfondire, per quanto il breve momento potesse permetterlo.
Perché Roberto Fessacchiotto era curioso dell’animo umano, credeva fermamente che in ogni persona si nascondesse un grande romanzo, una grande storia, che non saperla leggere sarebbe stato veramente un peccato.
Questa era la sua etica.
In quelle occasioni d’incontro, paradossalmente, il Lettore era lui.
Intanto mentre una parte della sua mente multipla rileggeva le storie personali di ognuno dei presenti, l’altra gestiva pensieri assai distanti dal contesto.
“Devo mettere l’acqua ai gatti, pulire le sabbiette, comprare il latte di capra.”
“Martina. Quindici anni fa era incinta, la feci passare avanti in fila. Oggi è venuta con il figlio. È alto più di lei.”
Stretta di mano duplice. Pacca sulla spalla alta del figlio.
“Appena sarò al tavolino per le firme certamente troverò Ferdinando furente. Gli dirò che è dimagrito, per rabbonirlo.”
Cenno del capo e sorriso professionale.
“Non ho con me una penna. Mi auguro l’abbiano preparata. Speriamo abbia il refill carico”.
“Ecco Monica. Psicologa. Scrive bene”.
Stretta di mano e accenno di abbraccio veloce.
“La moglie di Omero però se la sarebbe meritata una firmetta su quei tre libri”.
Sorriso.
“Chissà se Abramo Lincoln firmava autografi. Con che penna, poi? Col calamaio?
“Nelle penne a sfera se togli il refill puoi usarle come una cerbottana. Lo facevo a scuola. Ci soffiavo dentro e facevo partire palline di carta. E Dodo non lo sopportava, s’arrabbiava sempre”.
Raggiunse a fatica il bancone della cassa. Non ebbe alcun bisogno di farsi riconoscere, il negozio era pieno di sue foto a grandezza naturale. La cassiera era nuova e non lo conosceva, ma gli sorrise compiaciuta.
– Signor Roberto! Finalmente! Finisco il pacchetto per questo cliente e sono da lei!
“Nastro. Carta regalo. Tagliacarte cromato. Il bollino adesivo al posto del fiocco. Velocissima.”
Indicò le penne a sfera nel barattolo giallo.
– Posso prenderne una per gli autografi?
– Non ce n’è bisogno, troverà tutto l’occorrente al tavolino. Abbiamo organizzato ogni cosa.
La ragazza si fece sostituire alla cassa e poi l’accompagnò; passarono dalla parte libera dalle persone in fila che affollavano il grande negozio di libri illuminato a festa.
Mentre lei faceva strada lui, pensieroso, manteneva in automatico un sorriso garbato, ma la sua testa era altrove.
“Non funzionerà. Ormai ho un’ora abbondante di ritardo, dirgli che è dimagrito non funzionerà. Ferdy stavolta mi farà a fette.”
– Guardi, questo è il buffet. Il percorso è organizzato in modo che le persone possano accedere solo dopo aver avuto il suo autografo.
“Tramezzini, patatine, salatini, Coca Cola, tartine, crudité, aranciata, panini, whisky. Chissà se hanno le caramelle…”
– Vede, abbiamo preparato anche alcuni espositori di cartone lungo il percorso, ognuno pieno di copie di suoi romanzi precedenti. – disse la commessa indicandone uno pieno di volumi con copertina bianca e il muso di gatto nero in primo piano: “SVELTO COME UN GATTO”, il suo precedente romanzo.
– L’organizzazione è di suo gradimento, signor Roberto?
– Ci sono le caramelle alla liquirizia? – chiese lo scrittore con gli occhi grandi e speranzosi.
– N…no. Veramente no.
– Oh – disse lui, deluso. – Speriamo che venga Giacinto.
– Chi è Giacinto?
– È un Lettore. Lui porta sempre qualche caramella in cambio del mio autografo. – poi s’illuminò d’improvviso, felice al pensiero che l’aveva appena raggiunto. – Mi porta le Rossana. È un gesto cortese di un uomo sempre gentile.
– Lei si ricorda di ognuno? È un atteggiamento davvero cortese anche il suo, nei confronti di queste persone. Per loro è un’occasione proprio unica per poterla incontrare.
Fessacchiotto si fermò un momento. Cambiò faccia, le toccò il braccio guardandola negli occhi.
– Signorina… – lasciò in sospeso, attendendo il nome.
– Vanessa.
– Signorina Vanessa, questa qui non è da considerarsi come una loro occasione per conoscermi.
– In che senso?
Gli occhi di Roberto si erano fatti profondi, l’azzurro quasi scuro.
– Questa la considero come la mia occasione, preziosa, per incontrare e conoscere loro. Così io imparo, capisco, miglioro.
Poi si scosse, come nel ritornare da un istante d’assenza.
– Andiamo, Vanessa, non facciamoli attendere oltre. Questi meritano.
Lei annuì sorridendo.
Lui annuì elucubrando.
“Whisky?”
Ripresero a camminare.
“Chi diavolo può scegliere di mettere il whisky in un buffet previsto per mezzogiorno? Ah, certo. Ferdinando. Ferdy la Spugna Astuta.”
Mentre si dirigevano verso il tavolo per le firme Roberto tentò il tutto per tutto.
– Signorina Vanessa? Posso essere sfrontato?
– Mi dica. – rispose leggermente a disagio.
Lui aveva la speranza stampata sul volto e senza saperlo in qualche modo avrebbe potuto apparire anche seducente.
– Nemmeno caramelle al tamarindo? – chiese speranzoso.
Lei sorrise, costretta purtroppo a negare, però in quel momento capì perché nel negozio fossero presenti centinaia di persone per stringere la mano e conoscere meglio quell’uomo dalla mente contraddittoria, a volte un po’ speciale e a volte un po’ bambino.
Arrivarono al tavolo predisposto.
“La situazione di sempre, la solita postazione” pensò Roberto mentre contemporaneamente ancora cercava di capire dove si potesse trovare delle caramelle, magari le Rossana.
“Penna, sedia, sagoma di cartone promozionale a destra, una hostess in carne ed ossa alla sinistra adibita a controllare la fila. Ovviamente di bella presenza. Molta bella presenza.”
Gli sembrò un deja-Vu: in questo modo e nella stessa libreria Roberto aveva conosciuto Amélie, in un’occasione lavorativa similare, un anno prima: gli era bastata la stretta di mano iniziale, asciutta e decisa, per generare un’emozione immediata, una vibrazione interna che lo aveva pervaso inaspettatamente.
– Sono Amélie, benvenuto – aveva detto lei con quella voce lì, quella sua tipica.
– Grazie. Sono Roberto, non so se le hanno già detto che nelle file per i miei autografi i bambini, gli anziani e i portatori di handicap hanno la precedenza.
– No, non me lo hanno detto, ma ovviamente è così – rispose convinta, guardandolo negli occhi sfoderando un sorriso bianco.
– Bene, possiamo cominciare. Su, avanti il primo – disse lui sedendosi come da programma. Ma il sedersi, in quel momento, fu un’esigenza di ben altra natura.
Per la successiva ora e mezza Roberto non fece che sentire il proprio cuore battere forte, ma forte, ma forte.
Fu così che andò con Esile Sole.
Adesso dopo un anno esatto era nella medesima libreria, nella stessa posizione, nell’identica situazione, con una nuova hostess.
Una rapida stretta di mano. Per nulla asciutta, anche assai molliccia.
– Sono Enrica, benvenuto. – Era bella davvero. Parecchio proprio.
– Grazie. Sono Roberto, non so se le hanno già detto che nelle file per i miei autografi i bambini, gli anziani e i portatori di handicap hanno la precedenza.
– Perché?
– Ehm… le spiego dopo, Enrica – raramente Roberto rimaneva privo di parole – Ora cominciamo.
Affranto, lo scrittore cercò rifugio sulla seggiola, ripromettendosi di cambiare nazione pur di scappare da mentalità di quel genere. Anche stavolta, per diversi motivi, sedersi e iniziare a firmare fu comunque un’esigenza, ma stavolta da intendere come una strategica ritirata.
Davanti ai cretini lui fuggiva, da sempre ne era terrorizzato. Aveva un talento per attirarli, e l’istinto di riconoscerli a prima vista. Possedeva per fortuna il buon senso di scappare al più presto; un atteggiamento da bisbetico, ne era conscio, ma tant’era.
Di tutto questo Sua Vuotezza non comprese nulla, nemmeno intuì e si accomodò sulla sedia a sinistra dell’uomo, tutta orgogliosa del proprio accavallamento di gambe.
Una sua personale prerogativa, evidentemente, il non comprendere.
Lo scrittore indossò la maschera del sorriso, spense lo sconforto e si pose in “modalità cravatta” regalando così soddisfazione a chi lo aveva aspettato.
– Avanti il primo – proclamò sorridente ai suoi lettori.
E fu subito bagno di folla. Ma durò pochi minuti.
Poi accadde il dramma.

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Siete supestiziosi? Di Venerdì 17 avreste firmato autografi ?
Tutto quello che avete letto finora troverà un senso nella mente di Roberto Fessacchiotto.
Nel prossimo capitolo penserà, correrà, piangerà. E voi con lui.
Non riuscirete a dimenticare il capitolo sette.
Non lo leggerete solo una volta.

LO SCRITTORE, I SUOI GATTI E UN MISTERO
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Fessacchiotto Capitolo 07 titolo

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