CAPITOLO DUE: RACCONTA DELLA PIOGGIA

Fessacchiotto Capitolo 02 new titolo


CAPITOLO DUE
IL CAPITOLO CHE RACCONTA DELLA PIOGGIA

Ci sono notti in cui piove a dirotto, freddissime, in cui le gocce sulla faccia ti pungono come spilli perché il vento te le scaglia addosso con una mira infallibile e le concentra arrabbiato su di te.
Fitte fitte.
Sono notti così buie che i colori nemmeno escono di casa, fuori alla luce dei lampioni tutto è grigio, e senza luce dei lampioni invece è tutto nero, fosse pure il sangue.
E quelle notti, per loro stessa natura, verso le due e mezza-tre sono ancora più notti.
No, in quelle notti oscure in cui nulla è caldo, nemmeno le gengive, in quell’orario indeciso tra il troppo tardi e il troppo presto, nessuno uscirebbe per la strada, a piedi, senza un ombrello e senza un motivo valido.
Proprio no.
Questo pensavano i due carabinieri che da dietro il vetro appannato della loro auto osservavano una strana figura in piedi, in mezzo alla strada deserta; agitava qualcosa che impugnava con la mano sinistra.
La scuoteva energicamente producendo un rumore che sovrastava pure quello della pioggia; quando camminava si muoveva in un modo estremamente scoordinato, certe volte piegando il busto, come fosse per chinarsi, a volte no, quasi correva, per poi rallentare e abbassarsi di nuovo.
Ondeggiava.
Pareva ballare, male, una danza macabra.
La sua silhouette si stagliava contro lo sfondo grigio di una massa grigia di gocce fitte e grigie: una specie di sottile pulviscolo acquoso e vibrante, a tratti trasversale per la spinta del vento.
L’uomo senza ombrello era zuppo fino al midollo.
Ora procedeva cauto verso il furgone parcheggiato sotto il lampione spento. Piegò le gambe, avanzando col suo passo strano.
Inclinò la testa come per vedere meglio qualcosa.
Giunto più vicino s’inginocchiò con accortezza ed ebbe un brivido di soddisfazione: sotto il veicolo, nel buio della sua stessa ombra, scorse distintamente i due occhi sbarrati.
E fu così che lo trovarono i carabinieri della gazzella di pattuglia che sopraggiunsero pochi istanti dopo alle sue spalle: inginocchiato nel buio in una pozzanghera, rivolto verso la fiancata del furgone, sotto la pioggia battente che si accaniva sulle sue spalle curve.
A un metro da lui, proprio dietro la ruota posteriore, sporgevano la gamba della donna, la scarpa capovolta a fianco del piede, col tacco rotto.
I due militari puntarono le armi lucide di pioggia.
– Siamo carabinieri. Appoggi le mani sulla testa e dopo si volti molto lentamente – disse uno dei due, quello magro e alto.
La figura di spalle però si piegò ancora di più, quasi infilandosi sotto al furgone, incurante.
– Non se lo faccia ripetere, signore. Alzi le mani, si volti piano, siamo armati.
– No, non voglio – disse l’uomo con la testa e le braccia ormai sotto il veicolo.
Il carabiniere grasso perse la calma e alzò la voce.
– Adesso tu ti giri con le mani alzate e ci fai vedere la tua faccia, o ti spariamo nella schiena!
– Non voglio, ti ho detto! Aspetta! – fece l’uomo, stizzito – Aspetta, ho quasi fatto.
Il carabiniere grasso guardò il collega con un’aria interrogativa. Per tutta risposta, determinato, quest’ultimo appoggiò la pistola alla nuca dell’uomo accucciato.
La canna era più fredda della pioggia, del vento e della pozzanghera in cui era inginocchiato, ma l’uomo non fece una piega, continuando a fare quel che stava facendo.
La voce del militare fu un sibilo.
– Smetti immediatamente e voltati. Hai tre secondi. Poi sparo.
– Ancora un momento, aspetta. Ci sono quasi.
– Uno…
Il vento tagliava la faccia.
– Aspettate, non posso ancora.
– Due…
Nel buio la schiena sembrava vibrare.
– Non posso, ho detto. Datemi un altro secondo.
– Tre!
– Ho fatto, mi giro! – disse l’uomo tirando indietro la testa – Mi giro, ma non posso alzare le mani – disse arretrando un poco.
Ora i carabinieri avevano fatto un passo indietro, ma le armi erano sempre puntate contro la figura scura ancora inginocchiata.
– Lo faccia lentamente, signore, molto lentamente. Si giri pianissimo.
Fu così che fece.
Si voltò con estrema lentezza, con le mani premute contro il petto, mentre il carabiniere alto gli puntava addosso la luce di una torcia.
Strinse gli occhi, abbagliato.
– Non mi sparate, vi prego – disse uscendo dal buio – Sono Roberto Fessacchiotto, sono uno scrittore.
Aveva la faccia completamente bagnata, gli occhi azzurri brillavano alla luce della torcia e parevano l’unica nota cromatica in quella notte priva di colori.
– C’è una donna dietro a questo furgone – disse serio – Temo proprio che siate arrivati tardi: credo sia morta.
Poi fece uno strano sorriso, come fosse soddisfatto, abbassando lo sguardo verso le proprie mani, all’altezza del petto, che stringevano qualcosa.
I militari, allarmati, istintivamente puntarono le pistole verso quel punto: la micetta aveva ancora gli occhi sgranati, la sua pelliccia era completamente zuppa e tremava.
– L’ho acchiappata – spiegò l’uomo, soddisfatto – Ha tre colori, quindi è una femminuccia. Adesso bisogna asciugarla e nutrirla. Mi lasciate raccogliere il pacchetto dei croccantini?
Proprio nello stesso istante in cui le pistole si abbassarono, smise di piovere.
Sareste portati a credere che questo calo della tensione significasse simbolicamente un miglioramento anche della situazione, ma non fu mica così; il cadavere fu solo l’inizio, la tempesta nella vita di Roberto Fessacchiotto era appena cominciata.
In stato di fermo.
Sospettato d’omicidio.
Completamente fradicio.
Lo scrittore fu portato in caserma mentre sul posto veniva chiamato il Medico Legale per i rilievi.
Cominciò tutto in questo modo paradossale, inseguendo una gattina tricolore in una notte che di colori era quasi completamente priva.

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Chi era la donna morta? Chi l’ha uccisa?
Lo scrittore verrà accusato del delitto?
Il prossimo capitolo parlerà della mente duplice di Roberto.
Vi avverto: non è facile.
La sua mente, dico.
Non è facile per nulla.
Non fatevi ingannare dal suo buffo cognome.

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LO SCRITTORE, I SUOI GATTI E UN MISTERO
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