IL 25 APRILE, IL COLONNELLO DUCA E PICCOLOSAURO

Il Colonnello Giovanni Duca.
Il Colonnello Giovanni Duca.

IL 25 APRILE, IL COLONNELLO DUCA E PICCOLOSAURO
di Andrea Cascioli

Se devo parlare del 25 Aprile, la Festa della Liberazione, devo parlare della Libertà.
Che siate di destra o di sinistra, di centro o cinquestelle, voglio raccontarvi della Storia e della Libertà.
Diceva Giorgio Gaber che “Libertà è Partecipazione”.
Se oggi in Italia esiste la Libertà, lo dovete al Colonnello Giovanni Duca.
Era un uomo davvero notevole.
La sua figura, storicamente, è stata importantissima, ma oggi la conoscono abbastanza in pochi.
È stato l’uomo che ha inventato e organizzato militarmente la Resistenza.
Il merito se lo sono preso poi i politici, quelli che sono sopravvissuti alla guerra, la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, una marea di persone, figure istituzionali oggi attempate o scomparse che sono state (veramente o per finta) tra le fila dei partigiani.
Però la prima brigata partigiana l’ha inventata e coordinata il Colonnello Duca.
Quel coraggio di sciogliere le truppe e consegnare tutte le armi al popolo nel modenese per permettergli di difendersi dai nazisti, quell’impegno di trasformare quelle persone in partigiani è stato il suo.
Lui era il loro capo. La Resistenza italiana è iniziata da lì, con lui.

Il Colonnello Giovanni Duca (al centro della foto) con i suoi uomini.
Il Colonnello Giovanni Duca (al centro della foto a gambe accavallate) con i suoi uomini.

Quell’uomo notevole era nato nel 1896, negli anni ’20 si era sposato con la bella Elisa e aveva fatto tre figli.
Come militare (era Addetto all’Ambasciata) negli anni ’30 rappresentava il Governo italiano all’estero, in Belgio, nei Paesi Bassi e in Portogallo.
All’estero il Colonnello Duca curava i rapporti militari-diplomatici con gli ambasciatori, mentre in Italia si confrontava e interagiva con il Capo di Stato Maggiore, con i vertici dell’Esercito Italiano.

Il Colonnello Duca, sul lato destro della foto.
Il Colonnello Duca, sul lato destro della foto.

Teneva una linea sobria, ma nel suo intimo dubitava e aveva la propria opinione.
Sua figlia Paola raccontava che nel privato, tra le mura domestiche, il Colonnello Duca parlava del Capo del Governo (Mussolini) chiamandolo “il pazzo“.
Nel 1939 – 40 divenne responsabile della sezione “offensiva” del SIM, il  Servizio Informazioni Militare. Nel 1941 assunse il comando del 7º reggimento di fanteria “Cuneo” sul fronte albanese. In seguito fu nominato comandante dell’Accademia Militare di Modena.

L'accademia Militare di Modena, quando era comandata da Giovanni Duca.
L’accademia Militare di Modena, quando era comandata da Giovanni Duca.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Duca prese una posizione netta e cominciò a coordinare segretamente parecchi militari contrari alle follie del Duce e di Hitler.
Due giorni dopo l’8 Settembre 1943, giorno dell’Armistizio, il Colonnello sciolse ufficialmente la colonna dei suoi 300 uomini che stava guidando nel modenese e a Monchio mise a disposizione del popolo le armi; quel coordinamento segreto che portava avanti da tempo si trasformò in un reclutamento di persone (militari e non) disposte alla lotta armata contro i nazisti e i fascisti per capovolgere la situazione: nascosti nell’appennino modenese, al comando di Giovanni Duca erano nati i partigiani.

I soldati-partigiani fotografati dal Colonnello Duca. Erano autosufficienti; questo aggiustava le scarpe.
I soldati-partigiani del Colonnello Duca. Erano autosufficienti; questo stava aggiustando le scarpe dei suoi compagni.

Al fianco del Colonnello, ad aiutarlo in questo lavoro organizzativo difficile e pericolosissimo, fu suo figlio Vittorio, soldato anche lui.
Il Colonnello Duca sognava un’Italia senza oppressione, i capi di quei partigiani li selezionò uno ad uno, li coordinò nei mesi successivi fino al Marzo 1944 con strategie e operazioni importantissime ed effettivamente il risultato di quella sua presa di posizione permise all’Italia di resistere fino all’arrivo degli americani, tornando ad essere un Paese libero.
Quell’uomo notevole fece la differenza, partecipò alla salvezza della Libertà inventando una medicina che ci ha salvati: la Resistenza.

I soldati-partigiani fotografati dal Colonnello Duca. Erano autosufficienti; il primo a sinistra aggiustava i vestiti.
I soldati-partigiani fotografati dal Colonnello Duca. Erano autosufficienti; il primo da sinistra aggiustava i vestiti. Il secondo da destra stirava le uniformi.

Il Colonnello Duca non vide però il risultato del suo impegno.
Dopo sei mesi fu tradito, non si sa da chi, probabilmente denunciato e  fu catturato col figlio Vittorio Duca, che era il suo luogotenente, nel Marzo 1944 dalle S.S.
Entrambi furono condotti nelle carceri naziste del Forte S. Leonardo di Verona per essere interrogati.
Giovanni Duca fu imprigionato per 5 mesi in una cella stretta e buia.
I tedeschi catturarono sua moglie Elisa Ascoli e sua figlia Paola Duca, le misero in carcere, per ricattarlo.
Giovanni Duca non parlò, non fece nomi, fu prima torturato e infine ucciso, a Verona, cinque mesi dopo la sua cattura, il 28 Agosto 1944, ucciso dai fascisti nella stanza delle torture.
Aveva 48 anni. Il suo corpo ritornò alla famiglia in una cassa di settanta centimetri.
partigiani, intanto, continuavano la Resistenza.
Dopo la cattura suo figlio Vittorio era stato imprigionato nel campo di transito di Bolzano (un campo di concentramento nazista) con il numero 3427; aveva trovato il modo di scrivere delle lettere sulle cartine della polvere che serve a rendere l’acqua frizzante; in quelle lettere straordinariamente mature descrive molte cose del carcere e di quei tempi; dal campo di transito, prima di essere deportato in Germania, spediva quelle lettere a sua madre Elisa e sua sorella Paola.

La moglie di Giovanni Duca, Elisa Ascoli, nel 1927 accanto ai figli. Quello in piedi era Vittorio.
La moglie di Giovanni Duca, Elisa Ascoli, nel 1927 accanto ai figli. Quello in piedi era Vittorio.

All’ultimo, intuendo la fine, Vittorio affidò parte di quelle lettere ad una ragazza di Bolzano  che l’aveva amato.
Quella ragazza è morta nel 2007; gli eredi hanno trovato le lettere, ancora conservate, le hanno portate ad un’associazione che si occupa di tramandare la storia di quel campo di transito, parte di esse adesso sono esposte nell’Archivio Storico del Comune di Bolzano.
Vittorio Duca fu trasferito nel campo di concentramento di Mauthausen  nell’estate del 1944 e ucciso dai tedeschi il 14 Marzo del 1945, poco prima della fine della guerra, nel campo dipendente di Gusen 2, con il numero 126.168.
Aveva 23 anni.
Alla fine della guerra, nel 1945, gli è stata attribuita la Medaglia d’Argento al Valore Militare.

Vittorio Duca nel 1941, a 19 anni. Le sue lettere dal carcere sono in un museo a Bolzano.
Vittorio Duca nel 1941, a 19 anni. Le sue lettere dal carcere sono in un museo a Bolzano.

A suo padre, il Colonnello Giovanni Duca – l’uomo che ha sognato la libertà ed è stato il coordinatore dei partigiani – è stata attribuita la Medaglia d’Oro al Valore Militare.
Una delle più grandi caserme d’Italia, a Verona, ancora oggi è intitolata a lui e si chiama Caserma Giovanni Duca.

La caserma Giovanni Duca di Verona.
La caserma Giovanni Duca di Verona.

Lo Stato Italiano ha considerato lui e suo figlio degli eroi.
Oggi quasi nessuno conosce i loro nomi. Nemmeno chi lavora in quella caserma sa chi fosse Giovanni Duca.
Oggi del campo di transito di Bolzano la gente sa che fu imprigionato il famoso presentatore televisivo Mike Bongiorno.
Che Giorgio Napolitano o Sandro Pertini furono partigiani, perché hanno potuto raccontarlo.
Che Giorgio Perlasca ha aiutato persone, perché su di lui è stata fatta una fiction.
Nessuno però ricorda chi li inventò, i partigiani, chi li coordinò, chi si fece uccidere per non tradirli, chi ha permesso che oggi noi italiani si sia LIBERI.
Tutti liberi.
La storia la raccontano quelli che restano vivi, mica i morti. Giovanni Duca non poté raccontare la sua.

Cliccando l'immagine si accede alla pagina dell'A.N.P.I.
Cliccando l’immagine si accede alla pagina dell’A.N.P.I.

Ecco, ora sapete da chi è partita la Resistenza italiana.
È anche grazie al Colonnello Giovanni Duca che oggi possiamo essere liberi.
Il 25 Aprile non si festeggia solo la Liberazione, si celebra la Libertà.
Non è una differenza da poco: la Liberazione è qualcosa che hanno fatto gli altri, mentre la Libertà è un percorso partecipativo.
Questo articolo è del 25 Aprile 2016.
Tutti in piazza, il 25 Aprile, eh?
E tutti a dire:  je suis partigiano.
E “chi non salta nemico della Libertà è!”
“Perbacco, se lo è!”
Ma dov’eravate la settimana prima? Il 17 Aprile 2016, quel giorno del referendum, quel giorno in cui più di due italiani su tre dimostravano di ritenere che votare non fosse importante, voi dov’eravate?
Perché quell’uomo notevole, quell’eroe, il Colonnello Duca si è fatto fare a pezzi per permetterci di votare.
Quella cassa di 70 centimetri in cui è tornato il suo corpo aveva le stesse dimensioni dell’urna elettorale.elezioni
Il 18 Aprile 2016 – giorno successivo al referendum – la mia deliziosa amica Miranda (Lungimiranda) Martino Vitolo scriveva una cosa bellissima:
“Condivido il pensiero di Andrea Cascioli (sull’astensione del 70% degli italiani), la penso anche io così.
E aggiungo che ancora di più mi fa vomitare l’idea che tra una settimana esatta nella piazza della mia città, accanto ai partigiani ci sarà il solito teatrino di ipocriti.

Ecco, quelli che ieri se ne sono fregati non si vergogneranno, ma dovrebbero.

E le donne!! Le donne che hanno rinunciato a votare ieri! Altre donne e uomini prima di noi hanno messo in gioco tempo energia e vita, la loro vita, per lottare per un diritto che ieri è stato buttato nel cesso.
Non ho parole. Né come donna né come italiana.
Me ne starei a casa, per non vederli, ma poi a pensarci bene in piazza (il 25 Aprile) ci andrò. Non me la faccio togliere la piazza.
Andrò a guardare negli occhi i partigiani. La mia coscienza è a posto.
Mio figlio
(detto Piccolosauro) ha 8 anni e dice che non ci vuole venire.
Lo trascino io per la cresta. Sono i compiti di storia. Un giorno mi ringrazierà.”

Ecco, quando ho letto le sue parole, mi si è fatta luce.
Ancora una volta Miranda Martino Vitolo è avanti a me.
Di una settimana, stavolta.
E di un figlio.
Conosco Miranda dal 1997 e da allora ne sono intellettualmente innamorato cotto.

Miranda Martino Vitolo, Andrea Cascioli e Lucia Pomili nel 1997.
Miranda Martino Vitolo, io e Lucia Pomili nel 1997.

Ho considerato per anni il concetto di “visione globale” che ho imparato da lei.
Queste poche righe che ha scritto sul 25 Aprile e sul non-voto degli italiani mi hanno molto colpito.
Ho deciso che avrei scritto qualcosa sulla relazione tra quella data e il referendum.
Questo suggerimento di Miranda l’ho raccolto, sviluppato, ho scritto questo articolo, chiederò i miei follower di condividere e userò il mio Blog per farlo rimbalzare.
Non rimarrà circoscritto.

Io e Miranda Martino Vitolo nel 1997.
Io e Miranda Martino Vitolo nel 1997.

Miranda è un genio e come tutti i geni non si limita ad annaffiare il giardino della cultura, pone basi e sparge semi.
Io raccolgo l’implicito invito, prendo virtualmente la mano del Colonnello Giovanni Duca e quella di Piccolosauro, di anni otto, oggi più grande, le unisco e spero che quel piccolo uomo leggerà questo articolo tra qualche anno, che sceglierà di votare, di non girarsi, quando sarà grande e io sembrerò mio nonno in carriola.
Che già lo sembro, mio nonno.
Quanto ci penso, a mio nonno.

Miranda Martino Vitolo, Andrea Cascioli, Lucia Pomili e Piccolosauro nel 2014.
Una reunion: Miranda Martino Vitolo, io, Lucia Pomili e Piccolosauro nel 2014.

Il 25 Aprile ci sarò anche io in piazza, davvero una parte di me vorrebbe dire “Je suis Giovanni Duca”, non potete nemmeno immaginare quanto sia vero quello che sto scrivendo.
Invece resterò sobrio, in disparte, a sentire tutti quelli che racconteranno di essere stati partigiani, di aver lottato per la Libertà.
E tutti batteranno le mani, come hanno fatto lo scorso 25 Aprile, dimenticando che quando era ora di votare pochi giorni prima si erano astenuti, in nome della libertà del non partecipare.
“È un modo di esprimersi anche quello” – diranno alcuni per non sentirsi accusati.
Ma davvero? Ditelo al Colonnello Duca e a suo figlio Vittorio.
La Libertà non si conquista stando a casa o andando al mare o sfruttando un cavillo che consente di annullare il voto altrui.
La Libertà ha un costo, piccolo o grande che sia.
Se passate a Verona, cercate la Caserma Giovanni Duca.
Davanti al cancello, fuori, c’è la lapide che lo ricorda.
Mettete un fiorellino per quell’uomo notevole che ha saputo fare la differenza quando ancora non si votava ma si moriva, quando ancora si moriva per farvi votare.
Quell’uomo notevole ha lavorato, ha combattuto, ha sofferto ed è morto per far votare voi, Piccolisauri di un futuro che ormai è diventato il presente di un popolo disinteressato a tutto.
Parlate di lui, raccontate la storia di Giovanni Duca, dell’uomo che non si è voltato, che si è tolto la divisa e che ha partecipato a costruire la Libertà inventando la Resistenza.
Imparate che Libertà è Partecipazione.
Ed è realtà con la matita in mano, alle urne, non soltanto nel testo di una bella canzone di Gaber.

Giorgio Gaber diceva che Libertà è Partecipazione.
Giorgio Gaber diceva che Libertà è Partecipazione.

Il mio articolo sarebbe finito, ma c’è ancora qualcosa che voglio dire.
Sto decidendo cose.
Questo Paese è allo sfascio, l’intolleranza prevale, il menefreghismo è dilagante, la dignità è dimenticata.
Tutti si sentono in diritto, pochissimi si sentono in dovere.
Non so ancora cosa fare. Se andarmene, se restare.
Sul mio tavolo guardo una vecchia scatola di legno che contiene parte di quelle cartine per fare l’acqua frizzante.
Quelle che conservava mia zia Paola, quelle che ho deciso di non consegnare all’Archivio storico di Bolzano.

Clicca sull'immagine per il video.
Cliccare sull’immagine per vedere il video.

Quelle lettere le ho da otto anni e non sono ancora riuscito a leggerle tutte, la scrittura di mio zio Vittorio era veloce, i suoi scritti erano sconvolgenti per la sua età.
Penso ai ragazzi di 22 anni di oggi che dal votare si sono astenuti, la rivoluzione la fanno con l’iPhone in una mano e un gratta e vinci nell’altra.
Ho 53 anni, cinque più di mio nonno quando è morto.
Ho la sua stessa fronte alta, la sua stessa stempiatura. Nonna Lisa mi diceva che ho lo stesso sguardo ma non è vero, mi guardava innamorata e in me lo vedeva ancora.
Non sono un uomo notevole come lui, ma sono un uomo, è già qualcosa.
Sono combattuto tra l’andare via e il restare e fare qualcosa per il mio Paese.
“Je suis Giovanni Duca”, ma non del tutto. Io sono anche Andrea Cascioli.
Non so se la Resistenza adesso abbia ancora un valore, o se la Libertà oggi sia concepita esclusivamente come libertà di fregarsene degli altri, di voltarsi, di astenersi.
Non so dire se mio nonno abbia fatto bene o male a sacrificarsi per un Paese di furbetti per i quali il sacrificio è già informarsi o prendere una posizione.
Sapesse che quasi il 70% delle persone per le quali si è fatto fare a pezzi non sono andate a votare credo che ci resterebbe male.
Deciderò nei prossimi giorni se andarmene dall’Italia o fare qualcosa di utile per quel 30% che ancora crede valga la pena di prendere una posizione sulle cose importanti.
Prima di decidere, ho scelto di raccontarvi la storia di quell’uomo notevole e quella di suo figlio, la storia di mio nonno Giovanni Duca e di mio zio Vittorio, a settantatre anni dalla loro morte, vent’anni prima che io nascessi.
Adesso almeno sapete chi loro siano stati, per voi e per me, sapete che non c’è solo la Liberazione ma che c’è anche la Libertà.
No, non sapete ancora cosa farò, come non lo so ancora nemmeno io, ma almeno sapete perché.
“Je suis Giovanni Duca”.
Ecco perché.

Andrea Cascioli.

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ETICO, BISBETICO, FRENETICO, PATETICO
© Andrea Cascioli 2015-2016

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2 comments

  1. Per una volta sono senza parole Felice di leggere qualcosa sulla tua famiglia così toccante e attualizzata alla triste situazione odierna. Felice per te che hai trovato la voglia di metterle le mani dentro quella scatola e ne hai tirato fuori i ricordi più belli. Oh come vorrei possederne una anch’io colma di lettere tanto profonde e piene di amore. Je suis Giovanni Duca, bentornato…

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